Interview Andrea Pazienza
di Luca Boschi da Image n. 1 (ottobre 1983)
Pare che Andrea Pazienza lo conoscano tutti: gli studenti del DAMS, i musicisti di avanguardia, i campeggiatori del Gargano, i lettori a fumetti nero-satirico-protestatari, Fulvia Serra, gli spettatori dell’estate romana ’83 (dove si è esibito disegnando uno Zanardi-Don Chisciotte rampante di cinque metri per cinque) e Luca Raffaelli, a cui ha dichiarato di lavorare con lo stomaco. “Quando si lavora con lo stomaco non puoi programmare. Io passo mesi senza fare nulla e poi dieci giorni di lavoro continuo. Io sento come di avere un conto in banca. Non ho una lira in banca, ma è come se l’avessi. Io non sono un passeggero nella vita. E poi non sono ambizioso. E poi ora mi sento molto vicino alla morte. E questo deriva dall’enorme sicurezza che io ho. Perché quando ho bisogno di soldi mi metto a lavorare”. Chiarito questo, scendiamo più nel dettaglio.

Quali sono stati i disegnatori che ti hanno influenzato di più?
Jacovitti, certo Moebius, il Donald Duck di Carl Barks…
Parlaci dei tuoi personaggi. Del primo e dell’ultimo, per esempio. Di Pentothal e di Zanardi.
Pentothal è stato il primo, e la sua primissima storia è stata l’unica che mi ha veramente intrippato. Poi non credo di aver fatto nulla di veramente autobiografico, altrimenti sarei diventato la caricatura di me stesso. Non è vero quindi che io e Pentothal siamo la stessa persona, ma a lui sono molto affezionato. Era molto facile costruire quelle storie, in una dimensione spudoratamente onirica piena di citazioni facilissime da arsi. Ormai però è un personaggio datato da anni, non ha più senso. Zanardi invece nasce dall’esigenza che ho sentito qualche tempo fa di denunciare le reiterate aggressioni che ho subito in età, adolescenziale da ragazzi un po’ più grandi di me, un po’ più forti, sicuramente più astuti, certamente più aggressivi, non so quanto più intelligenti. Comunque la cattiveria ha bisogno anche di una certa intelligenza e creatività. Questi personaggi li abbiamo in fondo conosciuti tutti, credo che ognuno di noi abbia il nostro carnefice sepolto nei ricordi dell’infanzia e poi magari rimosso. Io l’ho ripescato, ho fatto un assemblaggio di quelle che sono le caratteristiche somatiche peculiari, prese da persone che conosco e che hanno un po’ del carattere di Zanardi (ho preso la bocca di uno, gli occhi di un altro, i capelli di un altro…) ed ho creato un personaggio che esiste, che abbiamo conosciuto tutti, non solo nella sua psicologia ma anche nella sua struttura fisica. Anche Zanardi non è un fantasma autobiografico, come Pentothal. Lui è un riflessivo io invece sono sempre stato un po’ isterico, anche nei miei momenti di follia aggressiva e rissosa. Forse avrei voluto essere come lui, per bilanciare le sorti di una guerra che sentivo di perdere a quel tempo; ma poi andando avanti le circostanze sono cambiate decisamente a mio favore.
Qual è il tuo metodo di lavoro, e che cosa usi per disegnare?
Uso i pennarelli, e questo mi consente di cambiare spesso stile del disegno. Ogni pennarello ha una sua identità precisa e va usato per uno scopo particolare. Ai tempi di Pentothal facevo delle tavole singole, senza pensare ad una trama precisa, e poi quando ne avevo un po’ sul tavolo le studiavo per vedere se si potevano cucire tra loro in una storia che avesse un senso. Ma non era nemmeno il “senso” ad interessarmi troppo. Infatti ci sono molte storie che non hanno una loro successione logica. E questo si capisce, a volte avevo pensato per esempio la tavola che sarebbe diventata la numero sei prima della numero uno, e senza aver immaginato la numero cinque e la numero due. L’idea della storia spesso è stata solo un pretesto per cominciare a lavorare ad una vicenda.
Sei veloce a disegnare, o le tue tavole ti portano via giorni e giorni di lavoro?
Adesso sono molto più veloce di un tempo. Spesso lavoro di notte, e in quella notte faccio una tavola completa. Se il lavoro da fare è molto ci vuole anche una nottata e mezzo.
Come valuti le due esperienze editoriali in cui sei o sei stato più coinvolto: Cannibale e Frigidaire?
Cannibale è stato raggiunto da me e da Filippo Scozzari quando già era pubblicato in una sua versione sperimentale, da Massimo Mattioli e da Stefano Tamburini. Liberatore è venuto ancora dopo di noi. La sua distribuzione era scombinata, e così la sua periodicità. Ma le vendite andavano abbastanza bene, dato che su 40.000 copie di tiratura se ne vendevano circa 17.000. Frigidaire nasceva come un tentativo di uscire da questo nucleo ristretto di lettori, proponendo una rivista di lusso che avrebbe dovuto essere una grossa operazione commerciale. Invece è fallita e secondo il mio punto di vista è diventata una grossa operazione culturale. I miei colleghi sono straordinari, la rivista è impostata splendidamente… Non sono neanche nell’ottica di fare stupide pubblicità, ma quello che realmente penso è che questo giornale ha un futuro sicuro. Non so quante copie tiri, ma se ne vende circa trentamila, che non è molto, ma ci consente di sopravvivere. Da un certo punto di vista ho un rapporto molto anomalo con la rivista. Mi sono sempre considerato un esterno da quello che è il politbureau dirigenziale, anche se collaborarci mi interessa molto. Può anche darsi però che tra qualche tempo io e gli altri ci saremo stancati di Frigidaire e passeremo a fare qualcos’altro, indipendentemente dal fatto che Frigidaire abbia preso piede. E’ nella nostra logica di fare così. Dall’esterno il nostro appare come un gruppo, anche se noi non tendiamo a dare questa immagine. Dall’interno invece i rapporti sono molto “moderni”. Le nostre reciproche collaborazioni sono di quanto meno professionale e di più passionale sia possibile imbastire nel campo del fumetto oggi. Le nostre beghe interne sono splendide, e anche molto invidiate da tutti quei giornali che si accontentano di beneplaciti e vanno avanti per inerzia senza troppi battibecchi.
Cosa significa per il vostro gruppo l’esperienza Frigidaire ? Esservi ritagliati un tipo di lettore su misura? Di cui prima non si conosceva l’esistenza?
Frigidaire non è stato per noi un punto di arrivo, ma solo un punto di partenza. Nonostante questo è un’esperienza ricchissima, una rivista anche molto divertente oltre che informativa. Naturalmente questo coacervo di cose crea qualche handicap, e ci sono dei lettori che apprezzano solo le parti che gli sono più congeniali e tralasciano le altre: c’è chi ama solo i fumetti e non vuol saperne dei servizi, o viceversa. Comunque la rivista ha una sua strada che si è imposta al di sopra di tutto. Ha una impostazione grafica, urga di lettura, una impaginazione ben definite, il rischio più grosso sarebbe quello di acquietarsi andando diritta per il suo sentiero senza evolversi quel tanto che è necessario. Comunque adesso è insostituibile e, ripeto, riusciremmo a superarla solo noi, se decidessimo di fare un’altra cosa.