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SPECIALE
NUOVO FUMETTO ITALIANO:
ANDREA PAZIENZA


di Giacomo Pellicciotti da Vogue Italia speciale n. 14 (marzo 1986)

A ventinove anni, Andrea Pazienza è uno dei padri riconosciuti del “nuovo fumetto italiano”. Dopo aver disegnato le sue tavole, i suoi fumetti per tutte le testate “storiche”, da Alter Alter a Il Male, da Cannibale a Frigidaire, da l’Echo des Savanes a El Vibora, tutti hanno unanimemente riconosciuto il suo stravagante, febbrile talento. Ora tragico, ora beffardo, a volte osceno. Ma sempre emotivo e profondamente umano, spesso sul filo della follia schizoide, Pazienza è un personaggio che si identifica totalmente nelle sue opere. La sua sincerità è disarmante, la sua fantasia ha del prodigioso. Narcisista come pochi, è forse lui stesso il più indicato a raccontare le sue tappe biografiche (lui le chiama “stanze”), il suo mondo poetico ed esistenziale.

«Nasco nel 1956 il 23 maggio, dei Gemelli, a San Benedetto del Tronto in provincia di Ascoli Piceno. Da madre abruzzese e padre pugliese. Fino a tredici anni sto a San Severo di Foggia, dove ho fatto le medie. Poi il liceo artistico a Pescara. Sono stato anche in collegio, dai Gesuiti, dove ho conosciuto Tanino Liberatore. Ma è incidentale, perché forse l’incontro è più importante per lui che per me. Vivo da solo dai quattordici anni: cinque anni a Pescara e poi a Bologna, a studiare al Dams. Dal 1975 al ’77, vivo due anni di ghetto. Poi mi diverto con gli altri, soffro pochissimo, mentre per molti ci sono esperienze dolorose, vedi Lorusso e Giorgiana Masi. Ho cominciato a fare i fumetti perché m’interessava raccontare delle cose, per un bisogno molto pressante. Sono ancora studente fuori corso al Dams, musica e spettacolo, e non mi iscrivo più da quando ho smesso di rinviare il militare. Mi mancano solo scenografia e semiotica, due esami per laurearmi. Forse li darò quest’anno. Un paio d’anni di vita divertita, spericolata, passata in bilico fra il vivere le cose e raccontarle. Pochissima gavetta, perché ho girato pochissimo con la cartelletta e ho iniziato a pubblicare su Linus. Mi metto in viaggio e dopo un paio d’anni, nel 1980, entro pieno di dubbi e mio malgrado in quello che è il circuito commerciale. Un ingranaggio vero e proprio, dal quale cerco di uscire. Infatti ora vivo in campagna, a Montepulciano in provincia di Siena, insieme alla mia donna. E passo gran parte dell’anno lontano dall’epicentro, dove si decidono realmente le cose. Nel 1980 mi domandavo quale dovesse essere il segno. Oggi non ho più questi problemi, oggi mi domando cosa raccontare. Il pubblico mi sembra una specie di bambino. Mi sono ritrovato come uno zio, neanche un parente prossimo come il padre, a raccontare le favole per farlo addormentare la sera. E mi sono assolutamente stancato di fare questo. A questo punto, il problema era se vendermi, prostituirmi: il presenzialismo esasperato, essere sempre nelle cose, vestirsi, il look, queste cose qua. Un certo giorno, finalmente, ho deciso che non ero nato per disegnare i guantini a Michael Jackson. Faccio per dire. Di cose da raccontare, poi, ne ho trovate poche. Ne ho trovate soprattutto all’interno della sofferenza, dell’angoscia, dello star male. Quindi io credo oggi d’identificarmi nel mio lavoro, come quello che disegna le cose più terribili, più pesanti, più problematiche, più mortifere, più allucinate e allucinanti. Ora mi sono innamorato moltissimo di una donna, ne ho fatto un simbolo. E lei che ha praticamente illuminato la mia vita fino a oggi. Tutti sanno che sono passato attraverso il tunnel della droga, ma vorrei che risultasse che ora non sto cosi male fisicamente. Sono ancora molto giovane d’età. Viceversa sono molto vecchio per quella che è la mia esperienza di disegnatore. Non rappresento più la “nuova scuola”. Sono sicuramente più legato alla vecchia e mi avvio a diventare “il Crepax degli anni Ottanta”. Il mio ultimo personaggio disegnato è Pompeo, un personaggio angosciantissimo che si ammazza ben due volte, come L’inquilino del terzo piano. Una storia invendibile. Inventarsi una storiellina graziosa, futile, che possa essere venduta in più paesi, non mi ha mai interessato. M’interessa, viceversa, moltissimo la moda, o tutto ciò che è moda. Anzi, in certi casi mi è sembrato anche di anticiparla. In tutti questi anni, ho avuto una serie di esperienze: Alter Alter con Pentothal, Il Male, poi Cannibale, Frigidaire, Alter ancora e Corto Maltese, fino a Frizzer. Di libri anche ne sono usciti parecchi, da Zanardi a Pertini, o Tormenta, o questo prossimo di Pompeo, fino al mio Glamour Book. Ora penso di lavorare ancora per Corto Maltese e per la Grecia, la Spagna, la Francia… Lavoro anche come illustratore, con il Comitato di gestione parchi naturali della Val di Chiana, con sede nel museo del lago di Montepulciano. Vivo nella natura e disegno gli animali. E tiro con l’arco. Poi, penso di fare una grande opera a fumetti con la mia futura moglie. Conto di sposarmi a maggio, in chiesa: lei è molto brava, ha studiato grafica e stupirà parecchi. Insieme faremo un lungo cartone animato, con sistemi assolutamente nuovi».

Andrea Pazienza è stato influenzato, soprattutto nei primi lavori, da Shelton, Jacovitti, Moebius, Carl Barks (l’inventore di Paperino), Magnus, Corben e tanti altri, per sua stessa ammissione. Ama i romanzieri americani e inglesi, come Melville, Conrad, Hemingway, Stevenson, Scott Fitzgerald. I suoi film preferiti sono Ultimo tango a Parigi di Bertolucci e Donne in amore di Ken Russell: «Perché sono un grande sentimentale», ammette candidamente.»