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Disegnare in libertà


Intervista ad Andrea Pazienza
di Stefania Scateni e Marco Petrella da Jonas n. 17, marzo 1986
L’intervista nacque da una mostra/asta che Andrea tenne all’Alzaia di Roma nel gennaio 1986. Stefania Scateni ed io timidamente ci presentammo, chiedemmo se potevamo fare qualcosa su di lui e Andrea fu molto gentile, ci diede appuntamento a casa di Marina Comandini e davanti ad una bottiglia di prosecco e al registratore parlò per circa un’ora. L’intervista uscì su Jonas, un mensile della FGCI, nel marzo dello stesso anno. Naturalmente molte cose sono state eliminate per motivi di spazio.
Marco Petrella

qui L’audio integrale dell’intervista

Perdonateci, ma non abbiamo colpe. Col nostro bravo registratore e gli appunti sul taccuino è iniziata la conversazione, ma c’è stato ben poco spazio per le nostre domande. Andrea Pazienza a ruota libera, dunque. Ci racconta di sé, della sua “carriera”, del suo passato, di cosa fa e cosa vuole adesso, dei suoi progetti futuri, anticipando e esaurendo le nostre curiosità. Per chi non lo conosce (!?) Andrea è uno dei migliori autori di fumetti in Italia e in Europa. Esordio fulminante su Alter nel ’77 dove nasce Penthotal, grosso impatto grafico, cronache dentro/fuori il “movimento”, flash sul quotidiano. Contemporaneamente crea (con Scozzari, Tamburini, Liberatore) Cannibale, semi lussuosa fanzine underground, banco di prova per il futuro e più elegante Frigidaire, dove trasferirà le sue tavole policromatiche. Proprio qui nasce Zanardi che appartiene al secondo periodo dell’autore. Come Penthotal, il personaggio rispecchia la realtà sociale e culturale del periodo, il cosiddetto “riflusso”: poca socialità, individualismo sfrenato, cattiveria, tendenza al teppismo. È ancora una cartina al tornasole della condizione giovanile che cambia profondamente in quegli anni. Attualmente collabora a Corto Maltese e ad Alter dove crea nell’85 il personaggio di Pompeo, di cui Andrea parla nelle pagine seguenti, rivendicando la continuità del suo discorso e le sue qualità nascoste. A noi non resta che ringraziarlo per la sua disponibilità, sincerità e amarlo come lettori e… amici (nonché come nostalgici del ’77).

Stefania Scateni e Marco Petrella

S to finendo in questi giorni Pompeo. È una storia che ha lasciato la maggior parte dei lettori, anche occasionali, abbastanza indifferenti se non critici o scettici rispetto alla situazione. Viene quasi da dire: ma insomma falla finita, muori, fa qualcosa basta che ti cavi dalle palle. Il discorso visto dalla parte dell’autore è invece chiaramente diverso. Mi sono pochissime volte trovato a difendere il mio operato, non me ne è mai importato moltissimo. Nell’ultima puntata di Pompeo c’è una postilla finale dove dico: a me dei soldi non è mai importato nulla mentre disegno, casomai immediatamente prima o dopo, però mai durante. Voglio dire che alla fine, quando mi metto a disegnare, faccio quello che mi pare. Ho sempre fatto così, nella buona come nella cattiva, e da qui nasce anche il mio personaggio, i miei personaggi. Nello specifico difendo il discorso di Pompeo rispetto a cosa non lo so, forse rispetto un po’ a me stesso, al tempo che ci ho perso. È nato inizialmente come un’ipotesi di lavoro. Una prima puntata c’era nell’83, la portai in una cartellina in Svizzera, ad Ascona, e la feci vedere a Vincenzo Mollica e a Mauro Paganelli e loro mi incitarono a continuare per vedere dove si andava a parare. Dopo le prime 4 o 5 tavole, la storia prendeva una piega abbastanza avventurosa, si parlava di traffico d’armi, soldi, terrorismo… Continuando da queste premesse ho invece mantenuto soltanto le prime tavole e ho continuato il discorso introspettivo sul personaggio, quello che gli stava succedendo. La storia inizia con lui che decide di uccidersi e fa, da prassi, un salto indietro nel tempo come tante volte succede nei romanzi, per ricondurre poi tutta la storia al momento dell’inizio e da lì verificare il finale. E Pompeo alla fine si uccide per tutta una serie di motivi. Ma secondo me il senso di tutta l’operazione, che è anche un’operazione letteraria, si capirà quando verrà edito il libro. Sono quasi 130 tavole e leggerne una puntata, anche leggerle in fila, ma non avere il quadro complessivo di tutta l’operazione è abbastanza riduttivo. Pompeo è un personaggio ventosissimo e la cosa che salta fuori alla fine è che riassume in sé i caratteri angoscianti di tutta la serie dei miei personaggi, da quelli delle mie prime storie come Giorno che si presentava per l’appunto come un distillato di angoscia, agli altri personaggi. Lui li riassume un po’ tutti. Motivi di sofferenza ne ha tanti, al di là del fatto di essere tossicomane. Lo è perché gli succedono determinate cose. Come a dire: tu non mi vuoi perché ho i piedi piatti, ma non mi vuoi anche perché mi faccio le pere. Allora io mi faccio le pere perché cosi almeno non mi vuoi per un motivo che non siano i piedi piatti.
Quello che dovrebbe saltare fuori (e che secondo me è possibile che accada quando si avrà un quadro di tutta l’opera) è il fatto che questo personaggio fino all’ultimo si rifiuta di soffrire, quindi di pensare. Arriva alla morte quasi come un giocatore di baseball arriva alla meta, sfruttando in modo inerziale le velocità preistoriche. Lui arriva lì e non soffre, arriva alla morte senza soffrire perché non si ferma a pensare ai motivi che lo portano al suicidio. Quando a un certo punto questi diventano cosi pressanti e presemi da indurlo a grandissima sofferenza o almeno a delle risoluzioni rispetto al suo futuro e a quello che gli sta succedendo, lui decide di suicidarsi. E invece non muore. Non muore nel modo scelto, cioè un’overdose, senza dolore, e quando si risveglia si ritrova di fronte a tutti i problemi ai quali pensava di aver ovviato. Insiste nella sua decisione di farsi fuori; naturalmente a questo punto i problemi riemergono, vengono fuori i pensieri terribili. Quello della madre è il pensiero dominante, e anche il simbolo di quelli che possono essere i pensieri concorrenti a questo suo grande dispiacere esistenziale. Pompeo è addoloratissimo per quello che è la vita, per quella che lui chiama una demotivazione profonda rispetto a che fare. È chiaramente un personaggio autobiografico. Ho iniziato questa storia in un momento di grave delusione e grandissima crisi, momento in cui ho lasciato Bologna e mi sono ritirato in campagna a fare vita quasi “monastica”. L’ho continuata ricalandomi in modo quasi schizofrenico nel personaggio tutte le volte che dovevo disegnarlo, mantenendo il ritmo che fin dalle prime tavole la storia denunciava. È comunque una storia che pochi hanno letto, pochissimi hanno capito. Confido nel fatto che, una volta edito il libro, si possa, io per primo, avere un quadro abbastanza esatto della situazione. Certo è un’indagine abbastanza approfondita di un fenomeno, di un problema. Non so se questa indagine in questi termini sia già stata fatta da altri, io credo di no. Comunque al di là di questo che dovrebbe essere il fattore novità (ma che io non sono qui a promuovere), Pompeo è un discorso “visceri sul tavolo”, che poi è l’unica cosa che mi interessa.
Questo tipo di discorso mi ha ricondotto a Majakowskij, a Pasternak, a Esenin. La sofferenza è un pianeta splendido su cui indagare ed a motivo di mille e mille possibili peregrinazioni nel campo dell’indagine. Io, in una sorta di furore eclettico, ho lavorato col comico, con l’avventura, con il quotidiano, con la satira e anche con la sofferenza, con l’angoscia. Questo Pompeo è la summa di tutta una serie di esperienze di vita, è certamente autobiografico, fatto di lavoro, di racconto, esperienze letterarie. Dal punto di vista economico, nel momento in cui decido di fare Pompeo, rinuncio a una barca di soldi perché se facessi una storia a colori me la potrebbero pubblicare dappertutto. È evidente che Pompeo lascia il tempo che trova e che, visto così, il discorso avvampa di una certa incosciente onesta. Dal punto di vista tecnico: i materiali usati sono tutta carta da riporto. Mi sono rifiutato di usare i soliti F4 e ho lavorato invece su album di recupero; quadrettature, moltissime pecette (carte adesive sulle quali intervengo per correggere).
Di solito non correggo degli errori, non è che sbagli una mano e metto una pecetta. Intervengo per correggere il senso di una linea. Il discorso sui materiali e sul fatto che queste tavole in apparenza sembrino tirate via, è un discorso che, secondo me, lascia il tempo che trova. Non si va molto avanti con la discussione perché dal mio punto di vista sono contrario ad ogni forma.
All’inizio ho lavorato a Pompeo con grandissimi sensi di colpa, perché concentravo il lavoro in poche nottate. Lavoravo qualche ora a notte, a settimana, e di giorno ero aggravato da questi sensi di colpa di tirare via e di non dedicarvi abbastanza tempo. Ora invece mi sono reso conto che l’unico modo di fare Pompeo è appunto questo, cioè passare moltissimo tempo a pensare, a digerire. Potete immaginare anche per il finale di Pompeo, nella sua semplicità, quante possibilità mi si erano aperte (i modi di morte ad esempio sono uno più affascinante dell’altro), se farlo morire o no, o che posizione prendere rispetto a tutte le persone e a tutti i comportamenti denunciati net racconto stesso. E questo e un sistema di disegnare. Il tempo impiegato per Pompeo non è sicuramente quello che impiego per fare una tavola di Zanardi, Notte di carnevale per esempio; viceversa ci ho pensato molto di più. Comunque su questo non mi sento tenuto a rispondere. Ad un certo punto della mia vita mi sono detto: non sono nato per disegnare i guantini a Michael Jackson, o non mi interessa disegnare orologini per la Philip Watch o non mi interessa entrare nella moda. Quello che mi interessa è comunicare, comunicare in un certo modo. lo sono abituato a tutto, sono abbastanza sui generis perché di gratificazioni ne ho avute moltissime quando ero giovane, quindi il presenzialismo, essere sempre presente alle manifestazioni oppure promuoverle in assoluto, non mi interessava prima, oggi mi interessa meno che mai. lo sono alla ricerca continua di motivi validi per comunicare qualcosa, per continuare a raccontare favole.
Però a questo punto il pubblico mi sembra essere diventato un bambino che non cresce mai, che non vuole addormentarsi, ma ogni sera papà gli deve raccontare la favoletta per farlo stare contento. Dopo un po’ di raccontare favolette mi rompo e quindi devo cercare sempre delle cose diverse, nuove. Che poi queste arrivino a 5000/500.000 o a 5 persone mi lascia del tutto indifferente dal momento che sono pagato più degli altri e questo me lo sono conquistato senza volerlo. Ma non mi sento di avere una poltrona sulla quale mi sono seduto e che devo tenermi a tutti i costi con la qualità. Quello che invece mi disgusta profondamente e dover macchinare per mantenermi: questa poltrona. Se me la sfilano da sotto, se me l’hanno già sfilata, se me la sfileranno mi lascia del tutto indifferente.
Zanardi è invece un discorso legato al post ’77. Sono convinto che il ’77 sia stato un anno top nel quale la moda si è fermata, tante cose si sono fermate. A differenza del ’68, troppo calato nella politica per avere ripercussioni a livello comportamentale, sociologico e di modo troppo evidenti. Il ’77 era soprattutto un modo di fare la rivoluzione all’interno dei propri gruppi. È durato infatti quello che è durato, pochissimo. Così come sono convinto che fra Sid Vicious e Michael Jackson non ci sia paragone. Sono sicuramente un nostalgico del ’77 e per quello che mi riguarda la storia è finita lì. Chiaramente invece è andata avanti, ma è andata avanti in modo molto manierista, secondo dei dettami molto glamour. Per quello che mi riguarda se avevo qualcosa da dire l’ho detta, se avrò qualcosa da dire la dirò, però tenetemi fuori da queste storie. Anche perché purtroppo nella trappola in primo tempo ci sono caduto, presenziando e facendo un po’ da rompighiaccio a tutta una serie di personaggi che sono venuti dietro.
Secondo me un fumetto, così come un libro o un film, deve muovere il kiai. Il kiai, secondo la disciplina del kendo, corrisponde al plesso solare. Se io devo battere qualcuno non lo batto con testa, non gli do le botte con le zampe, gliele do con il plesso solare. Se io dico tu ti devi spostare perché io ti schiavardo, ti appiccico contro il muro, lo dico con lo stomaco. È allora che si fa paura veramente, e a me interessa far paura, tutto il resto non esiste. E da qui deriva il discorso sulla tecnica.
Nell’80 andai negli Stati Uniti per cercare il segno ’80, perché pensavo non potesse essere riconducibile alla logica del triangolo: via i cerchi, via i triangoli, mi sembrava un sistema abbastanza puerile. Sono tornato senza aver trovato nulla che mi interessasse, niente che fosse un modo per arrivare al godimento. Come quando ti masturbi, se vuoi venire devi pensare a qualche cosa che ti piace tanto, che per una sorta di meccanismo alchemico ti porta all’eiaculazione. È così a meno che tu non voglia farti una sega eterna, eterna, eterna, eterna, su cose piacevoli, belle, ma senza sbordare mai. Io invece voglio sbordare. Sono per questo tipo di cose e il discorso sulla tecnica, con queste premesse, decade, anche perché si dovrebbe entrare nel merito di cosa è il fumetto, che cosa è l’arte, se ci sono differenze. Chi se ne frega che cosa è e cosa non è, l’importante è, leggendo una storia, se ne rimani emozionato, condizionato o meno, Il punto è che ci sono delle storie che ti condizionano immediatamente, nel momento in cui le leggi ti senti trasportato in una specie di vagone nel quale entri e poi il treno va. Oppure viceversa tu compri il biglietto e poi ti annunciano che il treno viaggia con sei ore di ritardo e rimani alla stazione come un cretino e non parti mai.
Un problema importante è invece il veicolo: le riviste, quelle che ci sono, le possibilità che si offrono. Due anni fa c’era una quantità incredibilmente enorme di riviste sulle quali pubblicare. Oggi ne sono rimaste pochissime, molte hanno chiuso nell’arco di un anno. Quindi se prima c’era un certo potere sull’editore e poter scegliere dove pubblicare, oggi questo non c’è più, gli editori riprendono baldanza. Fortunatamente non mi sono ancora trovato alle prese con questo atteggiamento, ma posso facilmente immaginarlo. Siamo tornati all’ante ’77. È una cosa terribile ed è un discorso da approfondire per il fumetto perché il veicolo è fondamentale. Puoi fare delle cose bellissime, se non te le pubblicano rimangono là. Se ti censurano e tu non puoi dire “Me ne vado” questo è molto grave.
Ora penso di fare una storia, la storia più importante che abbia mai fatto. Si dovrebbe chiamare Fino all’estremo e sarà formata da 150 tavole, 10 storie legate da un filo comune che è la terribile sofferenza di una persona. Un uomo che soffre moltissimo per un insieme di motivi tra i quali l’amore, molto presente nelle mie storie, e quello che pini essere chiamato un depauperamento generale delle motivazioni. Questa dovrebbe essere una storia terribile, però comica, dove Zanardi compare in misura giallistica. Compare alla fine corte unico possibile referente.
Faccio un esempio che è anche un’anticipazione. Se tu devi ammazzare una persona puoi anche farlo di persona, ma se gli devi segare una mano con un Black & Decker per rovinargli la vita, allora le cose già si complicano perché devi averne il fegato e anche perché il tipo resta lì, vivo. Questa persona soffre e ad un certo punto decide di agire e quando si trova a dover agire cerca nell’ambiente della mala un individuo adatto ma non lo trova. Se tu dovessi cercare qualcuno disposto a segare una mano a un altro o a pestare una donna incinta, è difficile che tu lo trovi, anche pagando. Zanardi in questo ha un suo ruolo, può saltar fuori come unica possibilità.
Fino all’estremo sono tavole a colori disegnate con un sistema nuovo. Per la prima volta lavorerò con un’altra persona, molto brava, che farà i fondi. Saranno simili ai fondi che usa Walt Disney per Il libro della giungla o Cenerentola. Le figure invece saranno staccate dal resto e si muoveranno su fogli di acetato, come un cartone animato. L’effetto è molto disneyano. In effetti il mio referente non è Disney, ma Tex Avery, molto più sensuale. Disegna delle bambole fantastiche e dei lupi che le insidiano; i suoi cartoni animati erano molto sexy tanto che durante il periodo di McCarthy sono stati distrutti.
Le storie di Fino all’estremo sono articolate per episodi legati l’uno all’altro e il risultato dovrebbe essere molto omogeneo, soprattutto nella scrittura, perché non salterò più da un segno all’altro ma terrò sempre lo stesso tipo di segno; userò anche sempre gli stessi colori. Secondo me esistono due tipi fondamentali di storie. C’è la storia “arcobaleno”, quella che hai tutta davanti quando cammini per strada, è perfetta e non ha bisogno di nient’altro che di essere messa su carta. I modi e i tempi sono del tutto irrilevanti perché la storia, il succo, c’è. Questo è per esempio Giallo scolastico, Giorno, Notte di carnevale. Viceversa c’è un altro modo di operare, quello a tavolino, senza avere idee nella testa. In questo caso divido le tavole per moduli e mi muovo in esse in modo matematico, secondo una logica consequenziale, tenendo presente tutta una serie di fattori, anche cinematografici, da una immagine all’altra, per arrivare a un risultato. Più forzato ma anche più inedito.
C’è poi ad esempio Penthotal che è un altro discorso legato al lavoro che facevo prima, cioè quadri. Prima di fare fumetti dipingevo, quadri di denuncia. Erano tempi nei quali non potevo prescindere dal fare questo. Ma i miei quadri venivano comprati da farmacisti che se li mettevano in camera da letto. Il fatto che il quadro continuasse a pulsare in quell’ambiente mi sembrava, oltre che una contraddizione, anche un limite enorme. Da qui il mio desiderio di fare fumetti. I miei primi fumetti quindi, Penthotal per esempio, fanno da collegamento tra il lavoro di artista e quello di disegnatore di fumetti. All’inizio poi distinguevo due personalità distinte e l’una o l’altra prendeva il sopravvento a seconda dei periodi e delle circostanze. Una è un’immagine, per intenderci: denti cariati, capelli sporchi, naso pieno di punti neri, magrezza impressionante, il tipo macilento, sacrestano, nessun successo con le donne, campanaro. L’altra, l’immagine Penthotal, è totemica, legnosa, dura, indifferente, sulla difensiva nei suoi rapporti con l’esterno, provinciale e disadattata ma più sicura di sé entro certi limiti. Vi appartengono le storie uscite su Linus, L’appuntamento o quella dove il personaggio si sistema la stanza e mette tutti i libri e giornali al punto giusto.
Sono due immagini in antitesi, ma anche complementari. Voglio dire che comunque si può avere un solo personaggio e farlo vivere in mille modi diversi, o mille personaggi e farli vivere in un modo solo oppure averne mille e farli vivere in mille modi diversi, che vorrebbe un po’ essere il mio caso.
Oggi ho capito che non mi interessa il presenzialismo (dove praticamente non me ne viene in tasca niente, nel cuore tanto meno); non mi va di lavorare saltuariamente per la pubblicità o come grafico avendo a che fare con gente di merda; cose che mi sembravano dovessero in qualche modo contribuire al successo generale del mio lavoro. Adesso che sto a casa dormendo fino alle 11 di mattina, avendo cani, mangiando, facendo una vita tra scarpone militare e pantofola, divertendomi con la natura, sto molto meglio.
Voglio stare tranquillo ancora per un po’. Vorrei evitare il più possibile di lavorare per poter fare il più possibile quello che mi pare. È anche giusto prendere la propria attività come un vero e proprio lavoro, impegnarsi, faticare, sudare, prendere spunto da questa o quella lettura per combinare un’ipotesi di storia soddisfacente che piaccia sia fare che leggere. Ma personalmente di tutta questa macchinosità mi stanca solo l’idea. Non voglio pensare: questa storia mi piace, può funzionare. Il concetto non mi passa neanche per l’anticamera del cervello. Piuttosto preferisco essere libero, essere definito inaffidabile. Anzi voglio rimarcare la mia assoluta inaffidabilità.