QUANDO I FUMETTI ERANO INCAZZATI
E NERI…
di Luca Boschi da Passioni Violente n. 3 (agosto 1987)
Andrea Pazienza è ancora uno dei disegnatori più amati dai lettori giovani, quelli che, oramai una decina d’anni fa, stravedevano per le storie proposte dal mensile Alter Alter, quando portava per prima volta in Italia i racconti fantastici di Moebius e del gruppone della rivista francese Metal Hurlant, o quando lanciava la neo accademia di Valvoline, una serie di disegnatori attenti ai moti della moda e del design anche più che a quelli del piccolo grande media che aveva prescelto, il fumetto. Quando gli entusiasmi per tutti questi autori si erano spenti da un pezzo e perfino le riviste disposte ad ospitarli stavano pian piano scomparendo, Andrea Pazienza rimaneva; si spostava con la sua asse da surf sul pelo delle pubblicazioni più diverse senza rimanerne mai troppo coinvolto, e ci dava (e ci dà) ancora dentro con le sue storie di violenza ed eroina, di disperazione o di satira beffarda. Il sesso, nelle storie di Andrea, è un elemento bene o male sempre presente, anche vissuto con ironia ma, più spesso, con una buona dose di sofferenza ed umiliazione. Un terreno privilegiato per adattarvi il vecchio adagio “homo homini lupus”.
A testimoniarlo tornano buone le ultime avventure del suo personaggio più conosciuto, Zanardi, un cocktail di quanto di spaventoso sia riscontrabile in un essere umano, i cui lati negativi del carattere corrispondono, fisicamente, ad un assemblaggio di tratti somatici che tradizionalmente siamo portati ad attribuire alla persona acida, crudele, menefreghista, irritante, priva di qualsiasi briciola di altruismo che non sia indirizzato a se stesso. che vorrebbe dire?

“Zanardi – dice Andrea Pazienza – è nato dall’esigenza di denunciare le reiterate aggressioni che ho subito in età adolescenziale da ragazzi un po’ più grandi di me, un po’ più forti, sicuramente più astuti, certamente più aggressivi, non so quanto più intelligenti. Comunque la cattiveria ha bisogno anche di una certa intelligenza e creatività. Credo che ognuno di noi abbia in fondo il proprio carnefice sepolto nei ricordi dell’infanzia e poi magari rimosso. Io l’ho ripescato ed ho creato un personaggio che esiste, che abbiamo conosciuto tutti non solo nella sua psicologia, ma anche nella sua struttura fisica”.
Recentemente, Pazienza ha spinto il pedale dell’erotismo un po’ più a fondo del solito, realizzando per la piccola casa editrice Glamour il volumetto Pazeroticus con cui ci mette al corrente, anche in questo caso con una buona dose di ironia, del suo modo personale di intendere l’erotismo. Non si tratta di illustrazioni morbosamente erotiche, bensì di disegni il cui aspetto principale è la serenità.
“ Li ho buttati giù molto rapidamente a San Menaio, il mio paese, in due giorni e facendoli pensavo a tutte quelle situazioni che da piccolo mi avrebbero fatto arrapare”.
aaaaaaaaaaaaaaaaaa
In realtà so che un giorno intero se ne è andato per la copertina e tutto il resto l’hai fatto nel giorno rimanente. Non è un po’ poco questo tempo per fare un libro intero?
Per questa cosa di Glamour ho capito subito che da me si pretendeva il sudore, ma io ho resistito, e il mio sudore lo riservavo alle storie lunghe di Zanardi e Colasanti, quelle che adesso pubblico su Comic Art. Oppure a delle illustrazioni un po’ più impegnative, come le copertine che ho fatto sempre per Comic Art, e in cui è raffigurato il culo di Moana Pozzi, che Iddio se l’abbia in gloria.
Perché c’è questo nuovo boom dei disegni erotici, a livello di pubblicazioni popolari (ma questo c’è sempre stato, a partire dagli anni 60) ma specialmente di modeste qualità?
Non lo solo, so che i disegni erotici, le fotografie, servono specialmente per la masturbazione.
Quando hai cominciato?
A fare cosa?
A disegnare, ovviamente.
Ah, ecco. Ma allora dobbiamo tornare la preistoria! Mia madre sostiene che ho disegnato un orso, che era riconoscibile come tale all’età di diciotto mesi, il che mi sembra impossibile, dato che me re ricordo benissimo anch’io e questo significa che evidentemente non avevo diciotto mesi. Forse avrò avuto diciotto anni.
In molte delle tue vignettone sin dall’inizio, anzi, forse più qualche anno fa che adesso, utilizzavi con disinvoltura tecniche molto diverse tra loro. Si sfogliavano le pagine e non si poteva immaginare se vi sarebbero stati dei disegni a Pantone, a cera, a lapis…
Il fatto di usare tecniche diverse nasce dal mio grande disordine, Non sono mai in grado di ricordare i numeri delle matite morbide e di quelle dure e a volte mi ritrovo con dei rotoli di matite grossi così che non userà mai, anzi, se qualcuno le vuole gliele regalo. Io vado in cartoleria e compro. Un po’ di questo, un po’ di quello, un etto di quell’altro… e poi vado a disegnare. Alla fine magari mi succede che inizio una storia a pennarello e mi finisce improvvisamente anche l’ultimo pennarello che ho in casa. Guardo negli armadietti e non c’è più nulla che produca un segno anche approssimativamente simile, sono le sette e mezza di sera ed è sabato. Allora devo per forza andare avanti con quello che trovo tentando di imitare il tipo di stile che avevo sino alla pagina prima, a costo di usare anche un fiammifero sbruciacchiato. Scherzi a parte uso davvero di tutto: matite, pennelli, i colori di mio padre, che è pittore…
Guardate distrattamente molte tue tavole sembrano la rappresentazione speculare del caos, mentre ad uno sguardo più attento ci si accorge una certa precisione nell’esecuzione di tutti i minimi dettagli, e addirittura una certa pulizia.
Quando iniziavo a fare i fumetti accarezzavo addirittura l’idea che nelle mie tavole ci fosse una certa dose di matematica. Le sistemavo seguendo del moduli, squadravo il foglio… E sarebbe stata per me una grande soddisfazione poter andare dalla mia vecchia professoressa di matematica e fargliele vedere: “Maestra, ammiri cosa ho fatto!” In matematica non sono mai andato troppo bene a scuola. Ma lei avrebbe fatto un gesto significativo e avrebbe detto come al solito: “Pazziè…”, rimandandomi al posto. Io in realtà per ognuna di quelle tavole ormai lavoro come uno che tira con l’arco cercando in qualche modo di fare centro nel bersaglio.
Chi é il disegnatore popolare, italiano, che ti è piaciuto di più e che ha contribuito alla tua formazione?
Magnus.
Solo lui?
Potrei citarne altri, ma quando ho detto Magnus ho detto tutto.
L’ultima storia parsa a tutt’oggi mostrava Zanardi e la sua banda che violentavano una ragazzina sprovveduta più brutta di Sandra Mondaini. Insisterai su questa linea dura, dove il sesso è cugino acquisito del sopruso?
No, la storia immediatamente successiva è un sogno di Zanardi, tutto a colori e che giudico piuttosto bello. Mi ero proprio stufato a disegnare a pennarello in bianco e nero e penso che si sia visto, non ero molto soddisfatto dei risultati. Nelle ultime storie prevaleva per importanza la parola sul disegno, mentre questa che ti stavo dicendo è addirittura senza parole. Ho anche già parlato con degli amici psicologi, un po’ facendo sul serio un po’ no, per mostrargliela: se Zanardi avesse tatto davvero un sogno di genere e quel sogno fosse interpretabile, che vorrebbe dire?