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LA CARICA
& SPARA S.P.A.


“I due episodi che sto per raccontare sono quasi la fotocopia l’uno dell’altro, se non per i luoghi e alcuni dettagli.
Sull’opportunità di divulgare questi ricordi rimando ogni riflessione a un secondo momento, anche se sono convinto che la “storia” non vada mai nascosta.

Andrea, con l’elemetto rosa Coca-Cola e il Flobert, sul terrazzo di casa insieme al fratello Michele

Sono passati molti anni e non ricordo con certezza quale dei due sia avvenuto per primo, ma comunque appartengono a un periodo molto ravvicinato. Siamo intorno al ’73.
Un giorno tornavo da scuola quando, uscito dall’ascensore sul pianerottolo di casa — in via Daunia, a San Severo, al sesto e ultimo piano — vidi Andrea insieme a un nostro amico. Quest’ultimo aveva battezzato casa nostra La Carica & Spara S.p.A.. I due scendevano caracollando per le scale che portavano su alla terrazza, con in mano il fucile Diana a piombini.
— Che è successo? — chiesi.
— Niente — fu la risposta.
L’amico si infilò subito nell’ascensore e andò via. Andrea rientrò in casa e ripose il fuciletto in camera, come se nulla fosse.
Poco dopo tornarono da scuola anche i miei genitori. Mia madre preparò il pranzo e ci ritrovammo tutti a tavola. A un certo punto suonò il campanello. Mi alzai e andai ad aprire, mentre gli altri rimasero a tavola in cucina.
Sulla porta c’era un vigile urbano, insieme ad altre due persone. Il vigile teneva un fazzoletto premuto al lato del collo. Mi dissero che stavano passando di appartamento in appartamento tra quelli che affacciavano sull’incrocio con via Tondi: qualcuno, presumibilmente da lì, aveva sparato giù in strada, colpendo persino il vigile.
Mi chiesero se in casa ci fossero armi.
Esterrefatto, risposi di sì e, senza esitare, mostrai loro i fucili da caccia di papà e il Flobert, custoditi nello sgabuzzino accanto all’ingresso. Sapevo bene che l’incidente non poteva essere riconducibile alle armi mostrate, e, naturalmente, omisi di menzionare il Diana in camera nostra.
Così, i tre dopo essersi scusati, salutarono e andarono via, proseguendo la loro indagine lungo le scale.

Tornato in cucina, papà mi chiese:
— Chi era?
— Un vigile urbano. Chiedeva se sapevamo di chi fosse una macchina parcheggiata male giù in strada — risposi prontamente, lanciando un sorriso ad Andrea.
Mi raccontò più tardi Andrea che dal terrazzo avevano preso di mira prima la vaschetta del baccalà in ammollo davanti al negozio di alimentari all’angolo, provocando curiosi e inspiegabili schizzi d’acqua. Poi era stata la volta del tettuccio dell’auto di una coppia, parcheggiata davanti al negozio. Mentre la donna era entrata a fare la spesa, il proprietario girava attorno alla macchina senza riuscire a spiegarsi i colpi e i graffi che comparivano sul tettuccio.
Bersaglio finale, il vigile urbano, che passando lì per caso era stato coinvolto nell’indagine sugli strani fenomeni, poi preso di mira come trofeo massimo.

Il secondo episodio si svolse d’estate, a San Menaio, nella nostra vecchia casa.
Io, mamma, papà e Mariella eravamo appena rientrati insieme dal mare. Andrea era già a casa. Il tempo di cucinare ed eravamo tutti a tavola.
Bussano alla porta. Ancora una volta, due o tre persone. Lamentavano che qualcuno avesse sparato piombini, colpendo alla gamba una signora seduta sulle scale della vecchia scuola elementare, a un centinaio di metri dal nostro balcone di casa.
Questa volta fu nostro padre ad intervenire, e, non mentendo, ma grazie alla sua proverbiale confusione, affermò indignato che noi eravamo appena tornati tutti insieme dal mare e ci eravamo messi a tavola, e nessuno aveva sparato alcunché.
Non avevo bisogno di conferme, ma buttato l’occhio al balcone vidi che Andrea non aveva rimesso ancora a posto il vaso della fila di gerani lungo la ringhiera, quello che aveva dovuto spostare per farsi largo e sparare da sdraiato.

Fu così che sul calcio del fucile comparvero due piccole svastiche incise nel legno, simili a quelle che i piloti tracciavano sulla carlinga dei loro aerei per ogni velivolo nemico abbattuto.”

Il Diana 35, erroneamente definito 50 da Andrea, in Figure storiche n. 3
Le svastiche incise sul calcio del Diana 35, per ciascun “nemico” colpito
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