I BOIA
“Andrea diceva di essersi ispirato, almeno in parte, a un amico d’infanzia per la figura di Zanardi. Io so bene a chi alludeva.

Era tra il 1968 e il 1969. Dopo aver finito di giocare alla guerra o a nascondino, di notte, coi tanti amici nella pineta di fronte la vecchia casa, nel buio quasi assoluto del sottobosco – fatto di morbide e compatte macchie di lentisco dove ti potevi tuffare e sparire – restavamo spesso solo in tre. Armati del nostro binocolo e del Diana 27 del nostro amico, entrava a quel punto in azione la banda dei Boia. La missione della banda era semplice: trasgredire.
Antonio era il capo, Andrea il vice, e io – più piccolo – il gregario. Le nostre imprese consistevano perlopiù nello scavalcare recinzioni e cancelli per curiosare nei giardini privati, rubare frutta, oppure spiare la vita privata della gente dalle finestre, dal folto della pineta con il binocolo. Una notte andammo a visitare un grande cantiere abbandonato da anni; era uno scheletro di un edificio di sei piani, fatto solo di pilastri e solai. Quella notte Andrea cadde dal solaio del quinto a quello del quarto piano. Si fece male, ma riuscimmo comunque a riportarlo a casa: poco sano, ma salvo.
Un paio di escursioni notturne simili le facemmo anche in un altro cantiere, quello di un albergo in costruzione, dove già c’erano pareti divisorie e alcuni infissi. Al terzo o quarto piano, in un grande salone, c’era l’unico arredo di tutto il fabbricato: un’enorme pista per le macchinine, tipo Policar, a otto corsie, con curve paraboliche e ponti che occupavano l’intero salone. Ovviamente, non funzionava, ma era irresistibilmente attraente come un vero paradosso.
L’impresa più eclatante che ricordo, però, fu l’ammainamento della bandiera della colonia dei ferrovieri. La lasciammo lì, a terra, nella pinetina, poco prima di scavalcare di nuovo il muro di recinzione e svanire nel buio.”
