Il ricordo di Michele e Mariella
“Andrea Pazienza era un Figliol Prodigo, amatissimo dal padre finissimo artista. Chi non ha visto degli acquerelli di Enrico Pazienza è privato di uno dei segreti di Andrea Pazienza. Sono quadri per cui è giusto usare la definizione «ineffabili». Il colore ha la forza di commuovere e la dolcezza di persuadere.”
“Eravamo in cinque in famiglia, al sesto e l’ultimo piano del condominio di via Daunia 43, al centro di San Severo. Giunta l’ora, mamma diceva: “È pronto, andate a chiamare papà”. Usciti sul pianerottolo, salendo le tre rampe che portavano allo studio, già udivamo una sua imprecazione. Poi, entrati in studio, la frase perentoria di papà era: “Dite alla mamma che adesso non posso”.
Lo studio era stato ricavato al piano della terrazza, era quadrato, ampio e luminoso. L’intera parete a est era vetrata e a sud un’altra finestra. C’era un tavolo quadrato al centro, una sedia e un cavalletto, un comodino, scaffali, e tutto intorno una moltitudine di vaschette, piattini, pennelli, brocche, colori, matite, forbici, mine, spugne, temperini, stracci, vetri, nastri e tant’altro.
Mentre papà ci comunicava il suo disappunto per l’interruzione, lo trovavamo in pose insolite, come immobile nel tenere in mano un foglio inclinato in attesa che si asciugasse, o impegnato in un balletto veloce tra pennellate, cambi di pennello, lavaggi e drenaggi, per compiere gli atti pittorici nei tempi non dilatabili che la tecnica dell’acquerello impone.

L’acquerello non è coprente, è trasparente. Gli errori non si correggono. Pennellate adiacenti di due colori diversi o dello stesso, lì dove si sovrappongono, ne danno sempre un terzo. La coesione fra molecole d’acqua aumenta la concentrazione di pigmento ai margini di un’area umida su una superficie asciutta, a differenza di come invece la tinta si diffonde in altre macchie ancora umide con le quali viene a contatto. La tinta creata al momento, componendo i diversi colori base in un piattino, una volta finita è irriproducibile del tutto uguale. La natura, la porosità e l’umidità della carta influenzano in modo decisivo il risultato.
Dulcis in fundo: non esiste il bianco. Se in una confezione di acquerelli c’è il bianco, è sicuramente una tempera e basterà mettere il foglio controluce per evidenziarne le pennellate opache. Questo è quanto nostro padre ci diceva e insegnava ai suoi alunni a scuola. Nei quadri di papà il bianco è sempre quello della carta e ci teneva molto a precisarlo.
Quindi, quando dopo un po’ scendeva dallo studio, ecco che di ragioni alle quali attribuire la sua costante insoddisfazione ne aveva infinite e, come per i suoi racconti di caccia, tutta la famiglia doveva condividerne i dettagli. All’inizio di un quadro il dubbio era se la macchia iniziale dovesse divenire mare o bosco e il problema successivo era che la macchia divenuta mare era meglio fosse stata bosco o viceversa. A volte scendeva disperato perché la sera prima si era attardato a dipingere con poca luce, e ora il tutto gli appariva diverso, o perché non riusciva a stirare il foglio inzuppato d’acqua. L’ultima pennellata della giornata aveva sempre compromesso irrimediabilmente il tutto.
E così via fino alla fine del quadro, che non arrivava mai. Potevano passare stagioni tra la consegna di un quadro e l’inizio di un altro, ma una volta iniziato l’immersione era totale. Alla prima fase di riordino di attrezzi e idee seguiva quella creativa e realizzativa, poi una contemplativa per gli ultimi importanti tocchi di bilanciamento compositivo. Dopodiché l’esatta inquadratura del foglio per il taglio del passepartout e il posizionamento della firma e, in fine, la scelta della cornice e il personale montaggio in doppio vetro. Quest’ultima fase era la più lunga perché soffriva a separarsi dal quadro, e durava in funzione della pazienza dell’amico acquirente verso l’amico Pazienza.”

