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LE ARMI,
LA CACCIA,
IL KENDO,
LA PALESTRA


“Negli anni, a mio giudizio, si è un po’ esagerato nel raccontare il coinvolgimento di Andrea in queste attività. Vorrei quindi precisare alcune cose.

Lezioni di kendo ad Alcatraz, Santa Cristina di Gubbio, 1984

Da bambino Andrea avrà seguito nostro padre a caccia non più di un paio di volte, insieme a me. Svegliarsi la mattina molto presto e stare fermo più di un minuto senza cazzeggiare non faceva per lui, e se ne rese subito conto. Inoltre, il sangue lo terrorizzava. Non ha mai avuto il porto d’armi, né un’arma intestata, né è mai stato in un poligono. In “atteggiamento di caccia” avrà sparato con un fucile vero non più di cinque colpi, a Gadescia, in un pomeriggio del ’75 – e non saprei dire con certezza se abbia colpito un uccello.
In casa, a San Severo, non è mai comparsa una rivista o materiali sulla caccia o sulle armi, a parte due volumi di papà dell’Enciclopedia della caccia Sadea-Sansoni, edizione 1967. Anche a Bologna, in via Emilia, dove passarono – al mio seguito – incatenati ad una rastrelliera nella mia camera, il Flobert e la doppietta calibro 16 del nonno, non ricordo di aver mai visto pubblicazioni sul tema, a eccezione di una fugace apparizione del manuale Tac Armi, da cui trasse informazioni per realizzare la storia “Armi” pubblicata su Alter Alter.

Andrea, in realtà, non capiva niente di caccia e armi, ma ne era sicuramente attratto. Dal ’77, o forse anche prima, fino alla fine, tenne sul suo tavolo una riproduzione in plastica leggera di un grosso revolver nero, più volte raffigurato nei suoi disegni. Anche a Montepulciano, le sue “cacce al cinghiale” con arco e balestra erano poco più che passeggiate nei dintorni di casa, a mezzogiorno, interrotte dalla chiamata a tavola dalla finestra. L’unico animale che uccise con la balestra fu un istrice già agonizzante, investito da un’auto davanti casa, a cui diede il colpo di grazia.

Credo che l’unico tentativo di caccia vera fu durante sia stata una posta notturna al cinghiale, a Manonera, con arco e balestra. Quella volta in cui lo abbandonai su un albero.

Nelle sua opere, del resto, Andrea ha sempre avuto una posizione critica verso la caccia, come in “Caccia e Fresca” e “Una Estate”, o nella sua partecipazione alla campagna per il referendum contro la caccia. E non dimentichiamo la sua collaborazione con Lega per l’Ambiente, Goletta verde ecc.

Era, invece, un formidabile nuotatore e amava molto immergersi con la maschera. Fu lui a comprare, da Novelli a San Benedetto, il primo Miniministen, una piccola pistola subacquea. Poco dopo tornò da Pescara con un Vicojet De Luxe – il cannone subacqueo usato da James Bond in un film dell’epoca – con cui, tirando a secco nello studio di San Severo, io e Andrea, riuscimmo a trapassare due elenchi telefonici e infilzare la pesante asta nel muro retrostante. Smarriti questi due fucili subacquei, Andrea comprò poi un più equilibrato Medisten, che conservo ancora oggi.
Tornato a casa da un breve soggiorno alle isole Tremiti, dove aveva portato con sé la pistola subacquea, Andrea mi raccontò di aver mangiato a sbafo nel locale ristorante “’A furmicula” perché ne aveva disegnato la locandina, e di aver pescato un polpo enorme, ma così grande che lo aveva portato al ristorante e aveva costretto a inserirlo nel menù.

Che abbia disegnato il logo del locale è vero, che abbia preso un polpo è possibile – e sarebbe uno dei due soli presi in vita sua –, che il polpo fosse così grande come raccontava, invece, ne dubito.
In realtà, tutti questi arnesi li ho usati più che altro io nel tempo, mentre Andrea li osservava soltanto, per coglierne l’essenza e trasferirla in qualche sua opera. Era però un eccellente e appassionato pescatore di cannolicchi e un abile sciatore e pattinatore.

Quanto al kendo, è impensabile immaginare che Andrea possa essersi dedicato in vita sua a una arte marziale, che come ogni altra richiede concentrazione, disciplina e costanza. Tornò da Alcatraz in via Emilia con sei pezzi: due spade di legno corte (di legno di rosa, mi disse), due lunghe e due di stecche di bambù, assemblate con un’impugnatura in cuoio. Più tardi, in via San Bartolomeo a Montepulciano, arrivarono la corazza e l’elmo. Io stesso andai una volta ad Alcatraz, ma di kendo non se ne fece, né se ne parlò. Dubito che Andrea abbia dedicato più di cinque ore della sua vita a scherzare e a farsi fotografie con il suo amico maestro di kendo ad Alcatraz. Eppure, aveva capito tutto del kendo: gli bastava un’annusata per cogliere l’essenza delle cose.
Una delle spade lunghe di legno, con inciso uno Zanardi, è ancora appesa alla mia libreria, sotto il suo arco e la sua balestra, affianco a una sua lunga riga d’alluminio e la racchetta di Una estate.

Lo stesso discorso vale per la palestra. Quando arrivai a Bologna nel ’77, Andrea mi disse che da poco frequentava la palestra di Gigi Lodi, ma dopo quel giorno non ci andò mai. È vero però che, fin da ragazzo, teneva in casa attrezzi ginnici e li usava regolarmente, per alcuni giorni prima di ogni estate.

Andrea era, in fondo, un atleta naturale.”

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