Ricorda Pieri: “Ho incollato i pezzi rimasti su dei pannelli di multistrato, con mio babbo li ho portati dal falegname Banin a Diegaro, per metterli una notte sotto la pressa a caldo. Per riempire le fessure piene di schegge abbiamo portato i pannelli dal restauratore Gattei a Savignano, che le ha stuccate di bianco e qua e là ha ripreso il colore. Alla fine il Cavallo – l’abbiamo sempre chiamato così, forse perché del cavaliere era rimasto poco – era mutilato, ma salvo.”
Così, oggi possiamo ancora godere di questa testimonianza viva e preziosa dell’arte di Andrea.