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Lo zanardi equestre di cesena


Nel giugno del 1984, Andrea, insieme ad alcuni studenti della scuola di fumetto Zio Feininger di Bologna, realizza a Cesena un’imponente opera raffigurante Zanardi in una posa teatrale, inarcato su un cavallo rampante, a torso nudo, mentre stringe una grande conchiglia a spirale dalla quale sgorga acqua. Più che un murale in senso stretto, si trattava di un dipinto su pannelli di sottile truciolare, una struttura temporanea alta sei metri e con lati di undici metri alla base.

La struttura era stata costruita per proteggere temporaneamente, durante i lavori di restauro, la fontana realizzata da Domenico di Montevecchio tra 1586 e 1590, su progetto di Francesco Masini, che orna il centro di Piazza del Popolo ed è uno dei simboli della città. Per attenuare l’impatto visivo della struttura, l’architetto Sauro Turroni propose di decorarne le facciate esterne, coinvolgendo insegnanti e allievi del corso di fumetti bolognese. Tre delle quattro pareti esterne della struttura vennero così dipinte con smalti e vernici spray da Ugo Bertotti, Giorgio Carpinteri e Andrea Pazienza, trasformando la struttura in una galleria d’arte urbana a cielo aperto.

Al termine dei restauri, la struttura fu smantellata col piede di porco e destinata alla discarica. Solo l’intervento provvidenziale del giovane cesenate Riccardo Pieri – che assieme con altri ragazzi aveva partecipato alla realizzazione dell’opera, aiutando Andrea a stendere le ampie campiture piatte di colore – riuscì a sottrarre alla distruzione una parte del dipinto, recuperandola dalla strada. In un primo momento sembrò impossibile che l’opera potesse tornare a vivere: il truciolare si sbriciolava, molti frammenti erano perduti, e tutto appariva irrimediabilmente compromesso. Eppure, con pazienza e passione, il giovane riuscì a ricomporre quell’enorme puzzle e a consolidare i pezzi residui.

Ricorda Pieri: Ho incollato i pezzi rimasti su dei pannelli di multistrato, con mio babbo li ho portati dal falegname Banin a Diegaro, per metterli una notte sotto la pressa a caldo. Per riempire le fessure piene di schegge abbiamo portato i pannelli dal restauratore Gattei a Savignano, che le ha stuccate di bianco e qua e là ha ripreso il colore. Alla fine il Cavallo – l’abbiamo sempre chiamato così, forse perché del cavaliere era rimasto poco – era mutilato, ma salvo.
Così, oggi possiamo ancora godere di questa testimonianza viva e preziosa dell’arte di Andrea.