SPLENDIDO AMORALE
di Daniele Luttazzi
(dichiarazione raccolta da Gianni Canova)
da Duel n. 8, dicembre 1983
(dichiarazione raccolta da Gianni Canova)
da Duel n. 8, dicembre 1983

Sono stato folgorato da Pazienza al ginnasio, leggendo la storia che pubblicava su Cannibale. In lui mi colpiva soprattutto una cosa: la sua capacità di fare satira che non fa prigionieri. Come in guerra: quando becchi un nemico, lo fai fuori. È una capacità che oggi si sta perdendo. Oggi si dice che la satira deve seminare dubbi. Grande stronzata. La satira è contro il potere. E Pazienza aveva individuato il vero potere: cioè il modo in cui la vita viene organizzata nelle nostre città secondo il modello ipocrita della piccola borghesia. Nelle storie di Pazienza questo modello viene raso al suolo completamente, viene azzerato. Pazienza aveva una grande capacità di arrivare al reale, al vero, alle cose così come sono e non come dovrebbero essere. E da questo suo atteggiamento sapeva far scaturire uno stile. Quella di Pazienza era una satira che non fa prigionieri perché colpiva le radici del malessere riuscendo a mantenersi calda, scioccante e comunicativa. Pur non considerandosi un autore satirico, Pazienza faceva satire molto più pericolose di quella che viene realizzata attualmente dai vari settimanali satirici autorizzati tipo Cuore.
La cosa che invece più mi piaceva e divertiva in lui era il suo splendore amorale; gli eroi di Pazienza erano come gli antichi greci, quelli narrati da Omero nei suoi poemi. Erano e sono fuori dalla società borghese. La società borghese si fonda su una pretesa di eticità, ma genera solo ironia e cinismo. Che sono poi le malattie infantili dell’alienazione. Viceversa gli eroi di Omero, come Zanardi, Pompeo e altri personaggi di Pazienza, sono eroi tragici. Il loro mondo non è etico, ma nobile. Il che significa che non si divide fra buoni e cattivi, quanto piuttosto fra forti e deboli, belli e brutti, vincitori o vinti, favoriti dagli dei o maledetti. Le azioni non sono giudicate dal punto di vista morale. In questo modo l’esposizione alla possibilità di sconfitta è massima, la pietà è assente, la grazia diventa visibile e terribile. Ma questo è l’unico mondo in cui è possibile la tragedia. Un personaggio di Pazienza come Pompeo è nella cultura italiana uno dei pochissimi personaggi tragici. Cioè al di là della falsa moralità borghese. Pazienza era al di là. Ci esortava ad essere integri. E ci ricordava che la vita ha la stessa legge della grande satira: non fa prigionieri.
La satira oggi è molto “naif”. Non è vero che è morta, è solo “naif”. E per questo è destinata a perdere. Perché crede ancora che il potere sia rappresentato dai politici che si ostina a caricaturare come fossero pupazzoni o burattini. Mentre il potere si sta facendo invisibile. Il potere – come ci ha insegnato Paul Virilio – è nel controllo della velocità. Pazienza questo l’aveva capito già dieci anni fa. Nella sua storia visualizzava la tristezza e la tragica disperazione di quelli che non hanno il controllo della velocità. E sparava a zero sui nemici. Con ferocia amorale. E senza fare prigionieri.
La cosa che invece più mi piaceva e divertiva in lui era il suo splendore amorale; gli eroi di Pazienza erano come gli antichi greci, quelli narrati da Omero nei suoi poemi. Erano e sono fuori dalla società borghese. La società borghese si fonda su una pretesa di eticità, ma genera solo ironia e cinismo. Che sono poi le malattie infantili dell’alienazione. Viceversa gli eroi di Omero, come Zanardi, Pompeo e altri personaggi di Pazienza, sono eroi tragici. Il loro mondo non è etico, ma nobile. Il che significa che non si divide fra buoni e cattivi, quanto piuttosto fra forti e deboli, belli e brutti, vincitori o vinti, favoriti dagli dei o maledetti. Le azioni non sono giudicate dal punto di vista morale. In questo modo l’esposizione alla possibilità di sconfitta è massima, la pietà è assente, la grazia diventa visibile e terribile. Ma questo è l’unico mondo in cui è possibile la tragedia. Un personaggio di Pazienza come Pompeo è nella cultura italiana uno dei pochissimi personaggi tragici. Cioè al di là della falsa moralità borghese. Pazienza era al di là. Ci esortava ad essere integri. E ci ricordava che la vita ha la stessa legge della grande satira: non fa prigionieri.
La satira oggi è molto “naif”. Non è vero che è morta, è solo “naif”. E per questo è destinata a perdere. Perché crede ancora che il potere sia rappresentato dai politici che si ostina a caricaturare come fossero pupazzoni o burattini. Mentre il potere si sta facendo invisibile. Il potere – come ci ha insegnato Paul Virilio – è nel controllo della velocità. Pazienza questo l’aveva capito già dieci anni fa. Nella sua storia visualizzava la tristezza e la tragica disperazione di quelli che non hanno il controllo della velocità. E sparava a zero sui nemici. Con ferocia amorale. E senza fare prigionieri.