Passa al contenuto principale

PERCHÈ AMARE PAZIENZA?


di Charles Dierick, direttore del Centre Belge de la Bande Dessinée di Bruxelles, da Andrea Pazienza. Antologica,
Baldini & Castoldi, 1997
Dal 3 ottobre 1995 al 7 gennaio 1996, ho presentato al Centre Belge de la Bande Dessinée di Bruxelles una mostra retrospettiva consacrata ad Andrea Pazienza e intitolata Di me amate il riflesso. Le ragioni che mi hanno spinto a prendere la decisione di organizzare questa mostra sono molteplici: l’importanza dell’opera e il significato della stessa, la diversità del talento (fumetto, illustrazione, pittura, poesia, cartellonistica, disegno di moda, scenografia, disegno animato, vignetta politica e satira di costume…), la personalità dell’artista che l’ha prodotta, l’ignoranza che il pubblico belga aveva sia dell’opera, sia dell’artista… Mi piacerebbe tornare in questa sede a ritroso e un po’ più in dettaglio, su queste ragioni. Con grande vergogna di tutti i belgi che si credono fini conoscitori in materia di arti grafiche in quanto nati nel paese di Hergé, Andrea Pazienza, un artista e disegnatore del fumetto italiano, nel suo paese più stimato ancora di Hugo Pratt, Crepax, Manara o Liberatore, era ed è ancora totalmente e scandalosamente ignorato in Belgio.
La sua opera è stata tuttavia esposta nelle più prestigiose sale italiane: a Roma al Palazzo delle Esposizioni, a Siena ai Magazzini del Sale, a Firenze, a Milano… ma non è il caso di farsene una colpa perché se condividiamo la nostra ammissione di ignoranza con la parte restante del pubblico francofono, il quadro sarà più completo. Inoltre, recentemente un Italiano non mi ha confessato che gli Italiani credono, essi stessi, di sapere tutto sulla storia della pittura perché nati sotto lo stesso cielo di Leonardo?! Come ogni artista importante, Andrea Pazienza ha saputo non soltanto assorbire lo spirito della propria epoca, ma anche restituirlo in maniera immediatamente riconoscibile attraverso e per il più vasto pubblico: per esempio vi si ritrova il movimento degli studenti italiani del 1977. Andrea Pazienza propone alla propria generazione un’autobiografia disincantata ed ironica della quale accentua con piacere masochista gli aspetti più ridicoli e allo stesso tempo più drammatici. L’effetto lente di ingrandimento rivela una realtà poco divertente: l’Italia non sembra che popolata di personaggi completamente negativi, vili, deboli, violenti, traditori, assassini, tossicomani, ladri, parassiti… eppure perfettamente integrati in una società che vive in maniera così difficile il passaggio dagli anni ’70 agli anni ’80. Molto presto però, appare chiaro che il personaggio principale delle storie di Andrea Pazienza altri non è che Andrea Pazienza stesso, rappresentato sotto tante sfaccettature diverse e, apparentemente, contraddittorie. Cosciente che l’opera di Andrea non è che la frammentazione del suo ritratto, nel percorso dalla caricatura all’idealizzazione, la sua famiglia aveva preso in considerazione, in un primo momento, l’idea di intitolare la mostra “una sola moltitudine”, riferendosi al grande poeta portoghese Fernando Pessoa, sostenitore tipo delle molteplici personalità.
Come Pessoa, Pazienza ha giocato senza tregua con il suo nome e ha moltiplicato gli pseudonimi per meglio cedere la parola alle diverse persone che abitavano dentro di lui, o nelle quali amava proiettarsi: Paz, Apaz, Spaz, Andrebius, Andrei Invacanza, Andrenza… “Di me amate il riflesso” mi è tuttavia sembrato più appropriato come titolo di una retrospettiva consacrata ad Andrea Pazienza, perché queste sono parole scaturite dalla sua stessa penna. Nel poema a fumetti dal quale è estratto il verso in questione chiede al lettore e ai “fratelli umani che vivono dopo di lui” (grazie Villon) di amare l’immagine che di lui hanno conservato, al di là di tutti i personaggi da lui interpretati sulla scena della vita, anche se questa immagine non è che una semplice “boa che segnala il continente sommerso”.
È infatti questo bisogno di amore nella sua debolezza che fa la forza di Andrea Pazienza, un essere umano sempre a caccia di un possibile straripamento di sé, attraverso di sé. Sempre fragile sotto questa forza bruta, ma sempre forte di questa fragilità intima. Il segreto ultimo e prezioso di Andrea Pazienza, sotterrato con mille precauzioni sotto la dimostrazione eclatante, perfino istrionica della sua stupefacente maestria in tutte le tecniche artistiche, è la ragione stessa per la quale lo si può amare: era un poeta.