IN PUNTA DI MATITA
di Pier Vittorio Tondelli da Rockstar n. 96, settembre 1988
Come già molti fra voi – fumettofili e artistoidi – sapranno, il genius di Andrea Pazienza se ne è volato via, una tragica sera di giugno, verso il Paradiso degli eroi, lasciandoci tutti un po’ più soli e un po’ più tristi. Ora, non sarò certo io, che non amo né la retorica post-mortem, né i santini agiografici, a stendere qui una fra le molte, e forse la più tardiva, orazione funebre. Potrei raccontarvi del carattere aperto e davvero generosissimo di Andrea, della sua ospitalità, della sua passione – che definivamo scherzosamente “terruncella” – per le macchine grandi e larghe. Potrei descrivere quel suo simpatico “machismo”, che sulla pagina produceva tratti un po’ pesanti e un po’ fallocrati, che lo portava a frequentare palestre, arti marziali e sottane. Potrei raccontarvi di quella sua stanza bolognese in cui dai tempi del Dams a quelli della celebrità continuava a vivere come uno studente fuori-sede fra acquari con pesci tropicali, qualche foto di pin-up alle pareti, i suoi disegni, il blasone della sua famiglia, le piccole piante grasse. Mi piacerebbe parlarvi della sua voce, delle sue erre arrotate, di quella sua pronuncia pugliese nobilmente adenoidale; della sua risata gorgogliante, del suo adolescenziale narcisismo, del suo sorriso e anche del suo bellissimo fisico.
Certo, potrei raccontarvi tutto questo; ma quello che invece sento con urgenza drammatica contro quel po’ di ipocrisia beatificante che comprensibilmente si è scatenata alla notizia della sua morte – è una sorta di stonatura esistenziale, forse anche politica e generazionale. Poiché, e di questo sono certissimo, Andrea Pazienza ha saputo rappresentare, in vita e anche, purtroppo, in morte, il destino, le astrazioni, la follia, l’estro di una generazione che solo sbrigativamente, solo sommariamente, chiameremo quella del ’77 bolognese. Di questo “movimento” Andrea – pur avvertendo tutto il disagio di una presa di posizione individuale come testimoniano le sue prime tavole di Pentothal – è stato il cantore, il poeta, l’artista forse più grande. (Gli altri protagonisti interpreti sono stati Freak Antoni con gli Skiantos e Enrico Palandri con Boccalone). Andrea si è trovato, appena ventenne, dentro una certa università, un certo movimento e da artista ne ha succhiato i modi di dire, le espressioni gergali, le paranoie politiche, i modi di vita innestandoli su un talento naturale (sul quale ironizzava continuamente) grandissimo. Andrea non trovò la propria vocazione artistica con il ’77 bolognese, ma seppe dare a quel movimento una sua interpretazione vivendolo nell’unico modo che poteva conoscere: quello dell’artista. Ma il punto del mio discorso non è tanto queste. È che con la vitalità, la beffa, la provocazione, l’ingenuità, le “ragazzate” di quel movimento Andrea si è pure impregnato delle mitologie negative degli anni Settanta. Non tanto sul fronte politico e della militanza, quanto su quello, ben più esteso e nel quale tutti prima o poi abbiamo transitato, dello svacco e dello stazzo. E allora: guadagnare tanto per buttare via tutto, non pensare mai al futuro, non fare mai progetti, non costruirsi mai e poi mai una carriera (e in questo Andrea, con tutto quel suo talentaccio che avrebbe stracciato qualsiasi graffitista newyorkese, è stato un vero, grande antimaestro) avere orrore dei ruoli professionali, identificarsi completamente con la bohème del proprio lavoro artistico, mescolare la vita e l’arte. In sostanza giocare con il proprio talento come a una roulette russa. Strapazzarlo, gettarlo, immiserirlo, dannarlo sapendo di ritrovarlo intatto il giorno dopo ancora più brillante e sgargiante. Una non volontà a crescere e ad accettare i ruoli della società adulta. È questo che la morte di Andrea mi mette davanti spietatamente: il lato negativo di una cultura e di una generazione che non ha mai, realmente, creduto a niente se non a se stessa. Nonostante il successo, nonostante l’equilibrio – dicono i suoi amici più intimi – nell’oasi di Montepulciano, nonostante la “sistemazione” del matrimonio Andrea è morto probabilmente per overdose, come uno dei tantissimi ragazzi degli anni Settanta, di quegli stessi ragazzi che meglio di ogni altro lui aveva interpretato con i suoi personaggi, i suoi sballati, i suoi eterni ragazzini. In tutto questo allora c’è, a mio parere, una grandezza straordinaria (anche se costruita sulle miserie del quotidiano) e una coerenza che solo gli ipocriti possono biasimare. Parrà il discorso, questo, di un becchino. Ma non ho paura di farlo. Non getterei Jim Morrison e nemmeno Janis Joplin solo perché la loro vita è stata un inferno. Non getterei il rock anche se so che possiede una sua anima “negativa”. Non butterei l’arte anche se so che, per gli artisti, è spesso una dannazione mortale. Molti altri, vittime e interpreti di quegli anni, sono scomparsi. E la mia agendina bolognese, anno dopo anno, ha macabri spazi bianchi di cancellature. C’era qualcosa che non andava allora ed era il mito dell’autodistruzione. Qualcuno ne è saltato fuori, altri no. «Ogni vita è quella che doveva essere», scriveva Pavese. Allora sia resa lode a chi ci sta precedendo lassù.
Certo, potrei raccontarvi tutto questo; ma quello che invece sento con urgenza drammatica contro quel po’ di ipocrisia beatificante che comprensibilmente si è scatenata alla notizia della sua morte – è una sorta di stonatura esistenziale, forse anche politica e generazionale. Poiché, e di questo sono certissimo, Andrea Pazienza ha saputo rappresentare, in vita e anche, purtroppo, in morte, il destino, le astrazioni, la follia, l’estro di una generazione che solo sbrigativamente, solo sommariamente, chiameremo quella del ’77 bolognese. Di questo “movimento” Andrea – pur avvertendo tutto il disagio di una presa di posizione individuale come testimoniano le sue prime tavole di Pentothal – è stato il cantore, il poeta, l’artista forse più grande. (Gli altri protagonisti interpreti sono stati Freak Antoni con gli Skiantos e Enrico Palandri con Boccalone). Andrea si è trovato, appena ventenne, dentro una certa università, un certo movimento e da artista ne ha succhiato i modi di dire, le espressioni gergali, le paranoie politiche, i modi di vita innestandoli su un talento naturale (sul quale ironizzava continuamente) grandissimo. Andrea non trovò la propria vocazione artistica con il ’77 bolognese, ma seppe dare a quel movimento una sua interpretazione vivendolo nell’unico modo che poteva conoscere: quello dell’artista. Ma il punto del mio discorso non è tanto queste. È che con la vitalità, la beffa, la provocazione, l’ingenuità, le “ragazzate” di quel movimento Andrea si è pure impregnato delle mitologie negative degli anni Settanta. Non tanto sul fronte politico e della militanza, quanto su quello, ben più esteso e nel quale tutti prima o poi abbiamo transitato, dello svacco e dello stazzo. E allora: guadagnare tanto per buttare via tutto, non pensare mai al futuro, non fare mai progetti, non costruirsi mai e poi mai una carriera (e in questo Andrea, con tutto quel suo talentaccio che avrebbe stracciato qualsiasi graffitista newyorkese, è stato un vero, grande antimaestro) avere orrore dei ruoli professionali, identificarsi completamente con la bohème del proprio lavoro artistico, mescolare la vita e l’arte. In sostanza giocare con il proprio talento come a una roulette russa. Strapazzarlo, gettarlo, immiserirlo, dannarlo sapendo di ritrovarlo intatto il giorno dopo ancora più brillante e sgargiante. Una non volontà a crescere e ad accettare i ruoli della società adulta. È questo che la morte di Andrea mi mette davanti spietatamente: il lato negativo di una cultura e di una generazione che non ha mai, realmente, creduto a niente se non a se stessa. Nonostante il successo, nonostante l’equilibrio – dicono i suoi amici più intimi – nell’oasi di Montepulciano, nonostante la “sistemazione” del matrimonio Andrea è morto probabilmente per overdose, come uno dei tantissimi ragazzi degli anni Settanta, di quegli stessi ragazzi che meglio di ogni altro lui aveva interpretato con i suoi personaggi, i suoi sballati, i suoi eterni ragazzini. In tutto questo allora c’è, a mio parere, una grandezza straordinaria (anche se costruita sulle miserie del quotidiano) e una coerenza che solo gli ipocriti possono biasimare. Parrà il discorso, questo, di un becchino. Ma non ho paura di farlo. Non getterei Jim Morrison e nemmeno Janis Joplin solo perché la loro vita è stata un inferno. Non getterei il rock anche se so che possiede una sua anima “negativa”. Non butterei l’arte anche se so che, per gli artisti, è spesso una dannazione mortale. Molti altri, vittime e interpreti di quegli anni, sono scomparsi. E la mia agendina bolognese, anno dopo anno, ha macabri spazi bianchi di cancellature. C’era qualcosa che non andava allora ed era il mito dell’autodistruzione. Qualcuno ne è saltato fuori, altri no. «Ogni vita è quella che doveva essere», scriveva Pavese. Allora sia resa lode a chi ci sta precedendo lassù.