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BRICIOLE DI PAZIENZA


di Oreste Del Buono da La Stampa, 4 dicembre 1997



Un’opera grafica straordinaria, una mentalità che non vuole opporre a un ordine un altro ordine

Quando si parla di Andrea Pazienza è impossibile cavarsela con poche parole, c’è sempre qualche altra cosa da dire. Ma per parlare occorre fermezza. Perché lui, inevitabilmente, riappare e parla solo lui nel ricordo, ci soverchia, cambiando spesso e volentieri le carte in tavola. Il catalogo della sua grande mostra, curata dai fratelli Mariella e Michele Pazienza e dall’amico fraterno Vincenzo Mollica, celebrata a Palazzo Re Enzo a Bologna dal 5 ottobre al 16 novembre e che presto dovrebbe arrivare a Torino, è validissimo primo aiuto per cominciare a farsi strada in una foresta di palpitanti contraddizioni. Andrea Pazienza, infatti, si contraddiceva veementemente, ma era capace di sostenere alternativamente il contrario del contrario. Per lui era così, non sussistevano ostacoli. Oggi, dopo avere contemplato e ammirato dal vivo i capolavori di Andrea Pazienza, si ha a disposizione nel catalogo il suggerimento per studiare più consapevolmente un’opera grafica straordinaria. E l’ammirazione aumenta perché anche la caduta di gusto, le volgarità e anche le oscenità, si trasformano. Andrea Pazienza era un Figliol Prodigo, amatissimo dal padre finissimo artista. Chi non ha visto degli acquerelli di Enrico Pazienza è privato di uno dei segreti di Andrea Pazienza. Sono quadri per cui è giusto usare la definizione «ineffabili». Il colore ha la forza di commuovere e la dolcezza di persuadere. È un dono divino per Enrico Pazienza avere un figlio che mostra subito una disposizione a disegnare.
L’amorosissimo padre, che insegna educazione artistica nella scuola media di San Severo, per seguire meglio il figlio lo fece iscrivere alla sua classe, ma poi si tormentò per tre anni davanti al dilemma se fosse o non fosse onesto premiare con un dieci la bravura di Andrea o gli convenisse fare un torto ad Andrea preferendogli ingiustamente qualcun altro. In disegno non ce n’erano, di bravi come Andrea. E Andrea Pazienza per amore del padre si provò a recitare da studente modello, nonostante l’inquietudine che lo faceva fremere. Inquietudine di libertà, di rivelazioni, di novità, di tentazioni.
Poi però Andrea Pazienza passò a pieni voti e andò al liceo artistico di Pescara e, come alloggio, finì in pensione nel collegio dei gesuiti, e cambiò molto per lui. Cambiò, ancor prima che il tenore di vita, il modo di disegnare. Per quanto lontano, il padre Enrico se ne accorse, e ci furono spiegazioni richieste e non date o date e non richieste. Fu una separazione più artistica che sentimentale, almeno agli inizi. Una questione di segno, il fumetto contro il grafico, solo a poco a poco dapprima, poi vertiginosamente il carattere di Andrea s’impose, la sua voglia di reagire alle brutture della vita con il massimo dell’energia e della trasgressione, anche a costo di abbreviare la propria esistenza, una vocazione addirittura.
«Prima di fare fumetti dipingevo quadri di denuncia» è una dichiarazione di Andrea Pazienza. «Erano tempi in cui non potevo prescindere dal fare questo. Ma i miei quadri venivano comprati da farmacisti che se li mettevano in camera da letto. Il fatto che il quadro continuasse a pulsare in quell’ambiente mi sembrava una contraddizione, anche un limite enorme. Da qui il mio desiderio di fare fumetti. I miei primi fumetti, quindi Pentothal per esempio fanno da collegamento tra il lavoro d’artista e quello di disegnatore di fumetti…». E ancora: «Sono stato un antipaticissimo enfant prodige, però, per fortuna, ero anche così carogna che riuscivo a capovolgere un po’ questa sorta di automatica antipatia che sì prova per questo tipo di gentaccia, quali gli enfant prodige. Ero un enfant prodige nel disegno, però, se vado a rivedere le mie cose, non mi sembro poi così eccezionale, e non per modestia, ma perché in effetti mi sembrano delle cose non eccezionali nel senso più vero del termine. E allora penso che probabilmente ho avuto intorno anche un padre artista che mi ha svezzato perché io ho respirato l’aria dell’acquerello, tutto qua…».
Tutto qua, ma non è poco. Da questa e da altre note lucidissime, Andrea Pazienza dimostra di pensarla tale e quale al padre nei riguardi della diversità tra pittura e fumetto. La diversità è innegabile come quella tra arte e artigianato. Andrea Pazienza si preoccupa di giustificare il passaggio a una dimensione più bassa, e su questa bassezza non sta minimamente a discutere. Sono le circostanze che impongono la sua decisione: «La fine del ’76 mi trova ecco forse soprattutto senz’altro senza soldi, la necessità di guadagnare del denaro, di mantenermi da solo, di non gravare sulle spalle della mia già provata famiglia, diventa un fatto impellente, assolutamente devo risolvere in qualche modo questo che è diventato un grosso problema per me e allora mi metto a disegnare. Certo non mi improvviso disegnatore in quanto da prima già da tempo mi dilettavo di pennarello, di matita, di gomma…». Sono giustificazioni decorose da presentare anche al padre. Al padre, soprattutto!
Ma, quando si trova impegnato nella nuova impresa di non disegnare più per divertimento, ma addirittura per dovere, passa ad affrontare la vicenda come un’avventura. L’avventura del fumetto culturale. Fumetto e cultura sono termini che per i più appaiono scarsamente assimilabili. Il termine fumetto è assunto come dispregiativo di un’opera scadente sia narrativa, sia un romanzo, sia un film, è l’accusa, il processo e la sentenza per la dimostrazione di un’immaturità e di una grossolanità proprie di un sotto genere malauguratamente molto diffuso tra il popolaccio. Pur distinguendo con rigore paterno la diversità tra pittura e fumetto, tra arte e artigianato, Andrea Pazienza si butta con allegria e furore ad abbellire quella che a lui appare una povertà assoluta, un vuoto da riempire il meglio possibile. Ci butta dentro di tutto per una urgente contaminazione: la pop-art e il monologo interiore, la narrazione per ellissi, il cut-up, avanguardie e retroguardie, compreso Topolino, e l’eroina, tanta eroina. E il fumetto subisce il contagio, aumenta di contenuti e sentimenti, è sempre più ambizioso e trascinante, attenta addirittura all’equilibrio del lettore, ed eccolo più che mai avvicinarsi pericolosamente all’arte. «Il mio amore per i pennarelli» si confessa Andrea Pazienza «è secondo solo all’amore che nutro per me stesso. Pennarello è bello e se sai usarlo, se lo ami, sa darti soddisfazioni…».
«Un pensiero forte e nello stesso tempo leggero attraversa l’opera di Pazienza, scrive Achille Bonito Oliva nel catalogo della mostra», quello di Nietzche di cui adotta anche la struttura a frammento. Come il filosofo tedesco procede ad aforismi, così egli adotta un’idea di spazio scheggiato ed esploso, sottoposto a molte torsioni e tensioni che rimandano ad uno spazio non soltanto tipologico ma psicologico che tende a uscire da ogni orbita delimitata dalla cornice. L’opera diventa una rotta di combattimento fuori da ogni speranza di armonia e di quiete «è la felice intuizione del grande critico d’arte». La frammentarietà di Pazienza è il sintomo di una mentalità che non vuole opporre ad un ordine un altro ordine, e invece intende approfittare della crisi dell’ideologia per mettere in evidenza le ragioni di un io che si arricchisce mediante il conflitto permanente con la storia…».