ANDREA PAZIENZA È MORTO una tragedia in due atti
di Maicol & Mirco
da Extra Pazienza vol.2, edizioni GEDI
La Biblioteca di Repubblica – L’Espresso Iniziative Editoriali
Repubblica e L’Espresso, 30 giugno 2018
da Extra Pazienza vol.2, edizioni GEDI
La Biblioteca di Repubblica – L’Espresso Iniziative Editoriali
Repubblica e L’Espresso, 30 giugno 2018

1.
Andrea Pazienza è morto. Prima di morire però ci ha insegnato parecchie cose. Ce le ha insegnate come fa un bambino. Semplicemente mettendole in pratica, senza voler insegnare davvero qualcosa a qualcuno. Senza voler insegnare niente a nessuno. Andrea ci ha insegnato a leggere. Tutto. Fantascienza, avventura, gialli, favole, vita quotidiana, barzellette. Nei suoi fumetti c’era tutto. E non c’era niente che non meritasse di essere letto. Andrea poi ci ha insegnato a disegnare su qualunque tipo di carta. Carta, cartaccia, block notes, carta a quadretti, scontrini, tovagliette, quaderni, volantini, carte pregiatissime, riviste e magliette. Perfino sui manifesti. Perfino su il Manifesto.
Andrea ci ha anche insegnato a disegnare con qualunque cosa.
Pennelli, pennini, matite, pennarelli, pantoni, dita, mozziconi, pastelli, olii, olii per fritture, vino, sangue e caffè.
Pennelli, pennini, matite, pennarelli, pantoni, dita, mozziconi, pastelli, olii, olii per fritture, vino, sangue e caffè.
Andrea ci ha infine insegnato a raccontare tutto.
Non solo quello che vogliamo sapere. Proprio tutto.
Ci ha raccontato che le donne fanno la cacca, che le professoresse scopano, che i genitori piangono e tradiscono, che la droga fa ridere prima che piangere, che la morte prende tua sorella e tuo fratello non solo il vicino di casa.
Ci ha raccontato che la portiera si scopa il ragazzo del quarto piano, che il ragazzo del quarto piano ha la ragazza, che la ragazza del ragazzo del quarto piano c’ha due ragazzi, che i due ragazzi della ragazza del ragazzo del quarto piano sono fratelli. Ci ha raccontato che al quinto piano non ci abitava nessuno perché ci si era impiccato un vecchietto e il fantasma del vecchietto cambiava sempre la serratura alla porta così nessuno riusciva mai ad entrarci nell’appartamento vuoto del vecchietto fantasma del quinto piano.
Ci ha raccontato che quando si piange c’è sempre il sole e quando si ride piove forte, ma tanto che ce ne frega se siamo felici e ridiamo che piove?
Ci ha raccontato che gli editori non pagano, che le banche nemmeno, che le nonne invece pagano eccome. Ci ha raccontato che la scuola è una guerra e per questo si andava in divisa di grembiule, che la macchina si poteva guidare ma anche vendere o rubare. Che la droga la allungano per venderne di più, come certi fumetti di certi autori disonesti.
Andrea ci ha raccontato i gatti e i cani.
Andrea ci ha raccontato che gli animali parlano. E non blaterano come quelli Disney.
Andrea ci ha raccontato tutto quello che ha visto ma soprattutto (e meglio) tutto quello che non ha visto.
Andrea era del sud e ci ha fatto vedere casa sua, dove è vissuto e dove è morto. E ci ha offerto il caffè. Solo che lo zucchero era finito ed è dovuto andarne a chiedere una tazzina alla vicina ed è tornato dopo mezz’ora con tutta la camicia stropicciata e senza zucchero che se lo era scordato.
Andrea.
Andrea nei suoi fumetti ha bestemmiato pregando e pregato bestemmiando.
Andrea ci ha reso così umani da cercare Dio. E così divini da scherzarci insieme.
Andrea mi ha sempre dato l’idea che i fumetti fossero solo un bellissimo incidente capitatogli. È strano visto che disegnava e raccontava tutto il giorno e tutti i giorni. Però se lo leggete davvero sono sicuro che ve ne accorgete anche voi di ‘sta roba qua.
Andrea sarebbe stato un bravo venditore di auto. Avrebbe venduto bene gazzose con un furgoncino. Sarebbe stato un divertentissimo soldato. Un pizzaiolo mercenario. Forse anche un avo professore, di quelli da andarci a mangiare la pizza assieme. Avrebbe fatto benissimo la guida in un parco, il pescatore di perle, il cuoco su una nave. Avrebbe saputo guidare un aereo o meglio un bus.
I grandi autori sono così. Esulano dalle loro carriere. Sono palle di energia. Quanti ne conoscete voi di pittori che non hanno mai dipinto? Di scrittori che non hanno mai scritto? Di musicisti che non hanno mai suonato?
Tutti bravissimi poi.
Andrea però ha fatto i fumetti e non ha venduto auto o gazzose. E di questo parliamo qui. Di fumetti.
Nei suoi fumetti Andrea ha raccontato storie lunghissime di due pagine e storie brevissime di cento pagine.
Andrea ci credeva nelle parole. Per questo le accarezzava fino a farle diventare enormi.
Andrea sapeva però che i lettori non fanno i fumetti ma vendono auto o gazzose, fanno la pizza o vanno in guerra. Stanno otto ore al giorno su un aereo o infilati dentro a un bus. Quindi Andrea aveva deciso di voler far divertire i suoi lettori.
E allora via con la fica, la droga, i duelli, i tradimenti, i furti, le scommesse e i salti per aria.
Che le storie diventino un lunapark capace di inghiottirli ‘sti lettori qua.
Andrea in fondo ha vissuto in un lunapark. E nei lunapark si divertono solo i clienti.
Per questo Andrea è morto.
Non solo quello che vogliamo sapere. Proprio tutto.
Ci ha raccontato che le donne fanno la cacca, che le professoresse scopano, che i genitori piangono e tradiscono, che la droga fa ridere prima che piangere, che la morte prende tua sorella e tuo fratello non solo il vicino di casa.
Ci ha raccontato che la portiera si scopa il ragazzo del quarto piano, che il ragazzo del quarto piano ha la ragazza, che la ragazza del ragazzo del quarto piano c’ha due ragazzi, che i due ragazzi della ragazza del ragazzo del quarto piano sono fratelli. Ci ha raccontato che al quinto piano non ci abitava nessuno perché ci si era impiccato un vecchietto e il fantasma del vecchietto cambiava sempre la serratura alla porta così nessuno riusciva mai ad entrarci nell’appartamento vuoto del vecchietto fantasma del quinto piano.
Ci ha raccontato che quando si piange c’è sempre il sole e quando si ride piove forte, ma tanto che ce ne frega se siamo felici e ridiamo che piove?
Ci ha raccontato che gli editori non pagano, che le banche nemmeno, che le nonne invece pagano eccome. Ci ha raccontato che la scuola è una guerra e per questo si andava in divisa di grembiule, che la macchina si poteva guidare ma anche vendere o rubare. Che la droga la allungano per venderne di più, come certi fumetti di certi autori disonesti.
Andrea ci ha raccontato i gatti e i cani.
Andrea ci ha raccontato che gli animali parlano. E non blaterano come quelli Disney.
Andrea ci ha raccontato tutto quello che ha visto ma soprattutto (e meglio) tutto quello che non ha visto.
Andrea era del sud e ci ha fatto vedere casa sua, dove è vissuto e dove è morto. E ci ha offerto il caffè. Solo che lo zucchero era finito ed è dovuto andarne a chiedere una tazzina alla vicina ed è tornato dopo mezz’ora con tutta la camicia stropicciata e senza zucchero che se lo era scordato.
Andrea.
Andrea nei suoi fumetti ha bestemmiato pregando e pregato bestemmiando.
Andrea ci ha reso così umani da cercare Dio. E così divini da scherzarci insieme.
Andrea mi ha sempre dato l’idea che i fumetti fossero solo un bellissimo incidente capitatogli. È strano visto che disegnava e raccontava tutto il giorno e tutti i giorni. Però se lo leggete davvero sono sicuro che ve ne accorgete anche voi di ‘sta roba qua.
Andrea sarebbe stato un bravo venditore di auto. Avrebbe venduto bene gazzose con un furgoncino. Sarebbe stato un divertentissimo soldato. Un pizzaiolo mercenario. Forse anche un avo professore, di quelli da andarci a mangiare la pizza assieme. Avrebbe fatto benissimo la guida in un parco, il pescatore di perle, il cuoco su una nave. Avrebbe saputo guidare un aereo o meglio un bus.
I grandi autori sono così. Esulano dalle loro carriere. Sono palle di energia. Quanti ne conoscete voi di pittori che non hanno mai dipinto? Di scrittori che non hanno mai scritto? Di musicisti che non hanno mai suonato?
Tutti bravissimi poi.
Andrea però ha fatto i fumetti e non ha venduto auto o gazzose. E di questo parliamo qui. Di fumetti.
Nei suoi fumetti Andrea ha raccontato storie lunghissime di due pagine e storie brevissime di cento pagine.
Andrea ci credeva nelle parole. Per questo le accarezzava fino a farle diventare enormi.
Andrea sapeva però che i lettori non fanno i fumetti ma vendono auto o gazzose, fanno la pizza o vanno in guerra. Stanno otto ore al giorno su un aereo o infilati dentro a un bus. Quindi Andrea aveva deciso di voler far divertire i suoi lettori.
E allora via con la fica, la droga, i duelli, i tradimenti, i furti, le scommesse e i salti per aria.
Che le storie diventino un lunapark capace di inghiottirli ‘sti lettori qua.
Andrea in fondo ha vissuto in un lunapark. E nei lunapark si divertono solo i clienti.
Per questo Andrea è morto.
2
Andrea Pazienza è morto nel 1988, io le prime parole con lui ce le ho scambiate nel 1991.
Andrea era appena morto, un morto fresco fresco. Si comportava ancora come fosse vivo.
Ci siamo incontrati nella cameretta sottoscala che io consideravo studio. Era buffo con la barba lunga. Lo presi in giro.
Mi rispose, pensando ad altro, che dove stava lui ora non c’era modo di tagliarsela. La barba.
Andrea era strano, non stava mai fermo, proprio come me. Quel nostro primo incontro sembrava un balletto. Chiacchieravamo rotolandoci nella stanzetta zeppa di fumetti.
Com’è essere morti?
Com’è essere vivo?, mi rispose.
Entrambi rispondemmo in coro: “non lo si capisce!” e scoppiammo a ridere.
Andrea voleva fumare così gli disegnai una sigaretta. Visto che non fumo.
Se la fumò guardando fuori la finestra. Sempre muovendosi continuamente.
“Buona, disegnamene un pacchetto. Anzi una stecca”
“Disegnatela tu che sai disegnare meglio di me.”
“Oh io non disegno più ora. Qui dove sono non serve. È già tutto disegnato.”
E che fai tutto il giorno?
Sono felice. Da vivo non ne avevo il tempo.
Andrea curiosava i miei fumetti. Alcuni li conosceva altri no.
“E quindi vuoi fare i fumetti anche tu?”
“Sì ma non sono ancora bravo. Poi mia mamma vuole che studio.”
Senti Andrea, ma là dove stai ora c’è pure Petrilli?
“Sì ma non vuole parlarmi, si è offeso quando gli ho dato fuoco. Ce l’hai quella storia?”
“Sì ce l’ho, Eccola.”
Andrea prese il suo fumetto tra le mani. E si lesse.
Era una roba davvero strana.
Quando finì di leggersi (sempre ballicchiando) poggiò il biglietto sulla poltrona rossa dell’angolo.
Guardò la finestra e mi chiese un’altra sigaretta.
Gliene disegnai una più lunga. Non riesco mai a disegnare due cose uguali e preferii esagerare.
Andrea fumava muovendosi. Io ero seduto alla scrivania. Sempre muovendomi.
Da vivi è difficile stare fermi. E a guardare Andrea sembrerebbe anche da morti.
“Usciamo?”
“Ok” gli dissi.
Fuori era freddo ma cosa importava?
Facemmo due passi, giocammo con un cane e rientrammo.
Chiacchierammo ancora un po’ poi Andrea si addormentò sulla poltrona.
Era strano vedere un morto dormire.
Ma cosa non è strano?
Svegliatosi scoprì di avermi schiacciato col culo il mio fumetto.
Si scusò.
Gli feci notare che in realtà era il suo fumetto.
Il pisolino lo aveva ringalluzzito. Cominciò a parlare. Parlava così tanto che la bocca sembrava chiusa.
Mi raccontò una marea di puttanate. Lo so perché erano bellissime da ascoltare.
Sembravamo amici.
Entrò mia madre e Andrea si nascose. Dietro di me.
Mamma mi urlò di studiare latino e fece finta di non vederlo.
Come mamma se ne andò Andrea divenne strano.
Mi chiese di disegnarli un rasoio. Per la barba.
Gli dissi che stava bene così e che i rasoi non li sapevo disegnare (più tardi avrei imparato a disegnarli benissimo n.d.a.)
Poi basta. Se ne andò mentre temperavo una matita.
Di questa storia mi resta solo una sua dedica che aveva scarabocchiato di nascosto:
I fumetti sono roba da giovani. Non crescere.
Andrea Paz
Andrea Pazienza è morto nel 1988, io le prime parole con lui ce le ho scambiate nel 1991.
Andrea era appena morto, un morto fresco fresco. Si comportava ancora come fosse vivo.
Ci siamo incontrati nella cameretta sottoscala che io consideravo studio. Era buffo con la barba lunga. Lo presi in giro.
Mi rispose, pensando ad altro, che dove stava lui ora non c’era modo di tagliarsela. La barba.
Andrea era strano, non stava mai fermo, proprio come me. Quel nostro primo incontro sembrava un balletto. Chiacchieravamo rotolandoci nella stanzetta zeppa di fumetti.
Com’è essere morti?
Com’è essere vivo?, mi rispose.
Entrambi rispondemmo in coro: “non lo si capisce!” e scoppiammo a ridere.
Andrea voleva fumare così gli disegnai una sigaretta. Visto che non fumo.
Se la fumò guardando fuori la finestra. Sempre muovendosi continuamente.
“Buona, disegnamene un pacchetto. Anzi una stecca”
“Disegnatela tu che sai disegnare meglio di me.”
“Oh io non disegno più ora. Qui dove sono non serve. È già tutto disegnato.”
E che fai tutto il giorno?
Sono felice. Da vivo non ne avevo il tempo.
Andrea curiosava i miei fumetti. Alcuni li conosceva altri no.
“E quindi vuoi fare i fumetti anche tu?”
“Sì ma non sono ancora bravo. Poi mia mamma vuole che studio.”
Senti Andrea, ma là dove stai ora c’è pure Petrilli?
“Sì ma non vuole parlarmi, si è offeso quando gli ho dato fuoco. Ce l’hai quella storia?”
“Sì ce l’ho, Eccola.”
Andrea prese il suo fumetto tra le mani. E si lesse.
Era una roba davvero strana.
Quando finì di leggersi (sempre ballicchiando) poggiò il biglietto sulla poltrona rossa dell’angolo.
Guardò la finestra e mi chiese un’altra sigaretta.
Gliene disegnai una più lunga. Non riesco mai a disegnare due cose uguali e preferii esagerare.
Andrea fumava muovendosi. Io ero seduto alla scrivania. Sempre muovendomi.
Da vivi è difficile stare fermi. E a guardare Andrea sembrerebbe anche da morti.
“Usciamo?”
“Ok” gli dissi.
Fuori era freddo ma cosa importava?
Facemmo due passi, giocammo con un cane e rientrammo.
Chiacchierammo ancora un po’ poi Andrea si addormentò sulla poltrona.
Era strano vedere un morto dormire.
Ma cosa non è strano?
Svegliatosi scoprì di avermi schiacciato col culo il mio fumetto.
Si scusò.
Gli feci notare che in realtà era il suo fumetto.
Il pisolino lo aveva ringalluzzito. Cominciò a parlare. Parlava così tanto che la bocca sembrava chiusa.
Mi raccontò una marea di puttanate. Lo so perché erano bellissime da ascoltare.
Sembravamo amici.
Entrò mia madre e Andrea si nascose. Dietro di me.
Mamma mi urlò di studiare latino e fece finta di non vederlo.
Come mamma se ne andò Andrea divenne strano.
Mi chiese di disegnarli un rasoio. Per la barba.
Gli dissi che stava bene così e che i rasoi non li sapevo disegnare (più tardi avrei imparato a disegnarli benissimo n.d.a.)
Poi basta. Se ne andò mentre temperavo una matita.
Di questa storia mi resta solo una sua dedica che aveva scarabocchiato di nascosto:
I fumetti sono roba da giovani. Non crescere.
Andrea Paz