GIUGNO 1988
di David Riondino
da Smemoranda n.23, agosto 1995
La notizia è venuta d’estate, era un giorno di sole.
Era caldo, molto caldo. Siamo partiti da Roma
in macchina, con Stefano. Con pochissime parole
verso Montecatini, per strada quasi nessuno.
A San Biagio, la cattedrale tra i campi, c’era tanta gente.
Ci siamo salutati, frastornati, silenziosamente. Il prete diceva qualcosa, parlava lentamente.
Davanti c’era la bara. La vera cosa presente.
Dire che sembrava impossibile è poco. Era tutto e niente.
C’era lo scandalo di qualcuno che non ci sarà più per sempre.
C’è la fine della vita. Il rimpianto e l’offesa.
Il sentimento di ingiustizia di non avere difesa. E una tensione dolorosa nella vastissima chiesa.
Che non si scioglieva più. Poi la madre, una donna minuta
andò al microfono e ci parlò, fragilissima e tesa.
“Andrea vuole che vi dica che lui vi saluta.
io non avrei mai creduto di poter fare tanto
ma sento che lui mi è vicino e vuole che vi stia parlando. Andrea mi dice di dirvi che ha voluto bene a quanti
non solo a tutti ma a ognuno di voi, uno per uno.
È lui che mi sta vicino, vuole che ve lo dica, e mi sostiene.
E che vi ringrazia essere qui, e che vi sta accanto.”
E qui vennero i brividi, qui venne il pianto. La confusione. Vidi la bara passare portata da quattro persone fuori, verso una macchina ferma, nera. E fuori la disperazione cresceva, sul piazzale d’erba. L’ansia, e tutti stavano fermi. Il padre appoggiato alla cassa, immobile. Una ossessione che portava verso qualcosa E infatti qualcosa avvenne. Intorno, sulle colline intorno, c’era il sole limpido. Sulla chiesa il cielo divenne scuro. scuro. E poi esplose una pioggia tesa violenta. Violentissima, solo su di noi, sulla chiesa, mentre la macchina pareva. E lo abbiamo riconosciuto, nel segno di una irresistibile invincibile resa, di una potenza che sale, di un diventare altro, di un addio, un saluto. Di una potenza che abbraccia, come un temporale, fino al cuore. L’ultimo segno è stato, violento e bello, d’amore.
E qui vennero i brividi, qui venne il pianto. La confusione. Vidi la bara passare portata da quattro persone fuori, verso una macchina ferma, nera. E fuori la disperazione cresceva, sul piazzale d’erba. L’ansia, e tutti stavano fermi. Il padre appoggiato alla cassa, immobile. Una ossessione che portava verso qualcosa E infatti qualcosa avvenne. Intorno, sulle colline intorno, c’era il sole limpido. Sulla chiesa il cielo divenne scuro. scuro. E poi esplose una pioggia tesa violenta. Violentissima, solo su di noi, sulla chiesa, mentre la macchina pareva. E lo abbiamo riconosciuto, nel segno di una irresistibile invincibile resa, di una potenza che sale, di un diventare altro, di un addio, un saluto. Di una potenza che abbraccia, come un temporale, fino al cuore. L’ultimo segno è stato, violento e bello, d’amore.
